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27 ottobre 2011: Buon Compleanno Roberto! Gli auguri di Stefano Bartezzaghi

[GQ.com] “La pisciata, quella con Walter Matthau, nel Piccolo diavolo. Ecco: se dovessi scegliere un’immagine, una sola, che contiene tutta l’allegria di una circostanza festosa come il tuo compleanno, Roberto, sceglierei questa”. A parlare è Stefano Bartezzaghi, scrittore, giornalista e grande amico di Roberto Benigni. A lui GQ ha voluto chiedere di fare gli auguri al grande comico, regista e attore toscano, che oggi compie 59 anni. “Anche se fare gli auguri a Roberto”, dice Bartezzaghi, “è sempre complicato”.

E perché?
“Perché non si sa mai bene come rendere allegre le persone che hanno il dono di saper regalare allegria alla gente. Come non si sa bene che cosa regalare a persone generose, come Roberto”.

Quindi che cosa gli regalerà?
“Mi lasci pensare”.

Ok.
“Ci provo: un anagramma, uno che non conosce. Anche perché io l’ho conosciuto, grazie a un anagramma”.

In che senso?
“Umberto Eco, che era un mio professore all’università, non aveva trovato un anagramma per il suo nome. Io trovai questo: Birbone integro”.

Mi faccia provare. B, i, r… mi fido.
“Si fidi. Bene, glielo mandai, a lui piacque molto, e così entrammo in contatto”.

Com’è Benigni giù dal palco?
“Innanzitutto non ha la voce da Benigni. Di solito è lui, a chiamare al telefono: e non lo riconosco quasi mai. Tiene a bada la sua natura prorompente, non è il Benigni delle esclamazioni: nessuno potrebbe capire che sta parlando al telefono con lui”.

Per che cosa gli farebbe i complimenti, se dovesse fargliene nella telefonata di auguri di oggi?
“Per tre cose. La prima è Onda Libera (noto anche come Televacca), un programma meraviglioso, sulla Rai. Era nel 1976-1977. La seconda sono le sue letture di Dante, per il loro livello altissimo. Ma la terza, quella che mi ha stupito più di tutto il resto, è La vita è bella. avevo anche collaborato con lui, avevamo studiato gli indovinelli che ci sono nel film”.

Quale sarà la sua prossima sorpresa?
“Ah, se lo sapessi non sarebbe più una sorpresa. Ma se dovessi esprimere un desiderio, vorrei che diventasse un cantore dell’Ariosto, che leggesse canti dell’Orlando Furioso come ha fatto per la Commedia. Anzi, sa che le dico?”

Prego.
“Che vorrei cambiare il regalo da fargli. Gli regalerei una bella edizione dell’Ariosto, magari quella commentata da Italo Calvino. E qualche rebus da risolvere. Difficilissimo, perché lui è un mago dell’enigmistica. Così sarei sicuro di farlo divertire…”

10 anni dalla Notte degli Oscar: Il ricordo di Roberto Benigni “Io birbone integro”

Dalla Shoah a Dante, Benigni racconta 10 anni fantastici

di ROBERTO BENIGNI – La Repubblica (22 marzo 2009)

Quanta paura, Madonna che scrupoli e che riserve ha sollevato, me lo ricordo ancora bene, un film come La vita è bella. Il dissenso più o meno manifesto partiva dai sostenitori della tesi che coi campi di concentramento non si può scherzare, non si può fare comicità. Errore. Perché quel film è una tragedia. Nel senso che c’è una storia che comincia bene e finisce male. Tutto il contrario della Divina Commedia di Dante, che inizia male con l’Inferno e termina benissimo col Paradiso. Voglio dire che quel film era sdrammatico. Finiva il primo tempo che gli spettatori avevano le lacrime agli occhi dalle risate e il secondo tempo che avevano le risate per le lacrime agli occhi. La vita è bella è anche un film estremo. Perché è lo stile che conta. Si può essere laidi e volgari parlando di una farfalla, e si può essere poetici parlando di Hiroshima con letizia. E Fellini diceva che le cose molto tragiche possono essere raccontate solo da un clown. Poi, come dice un altro, come dice Montale, tra l’orrore e il ridicolo il passo è un nulla. E sapete qual è l’anagramma che ha elaborato col mio nome Stefano Bartezzaghi? Birbone integro. Beh, mi ci trovo bene, via.

Giochi di parole firmati Dante

Repubblica – 30 ottobre 2008
di Stefano Bartezzaghi


Questa settimana si è tenuta, negli Istituti di Cultura Italiana all’estero, l’annuale manifestazione “Settimana della lingua italiana” nel mondo, che per il 2008 è stata dedicata al tema “L’italiano in piazza”. L’Istituto di Cultura Italiana di New York diretto da Renato Miracco ha organizzato, fra le altre iniziative, una serie di tre incontri sul tema “Dante in public” (serie curata da Renata Sperandio). Partendo da Roberto Benigni e dalle sue letture in piazza Santa Croce a Firenze si sono anche esplorati i giochi linguistici ed enigmistici collegati al testo della Commedia dantesca.

La sua fama e la sua presenza nella memoria anche popolare fa della Commedia una sorta di grande piazza letteraria italiana a sé. Poco importa che la memoria sia fallace, e che diciamo “Non ti curar di lor ma guarda e passa”, anziché “Non ragioniam di lor…”; o addirittura, con il Celestino Lometto narrato da Aldo Busi in Vita standard di un venditore provvisorio di collant: “Non ti curar di lor, ma guarda i passeri”. Quando si parla di queste cose, Roberto Benigni ci ricorda che persino Karl Marx ha chiuso il prologo del Capitale con un riferimento dantesco sbagliato al verso “Vien dietro a me e lascia dir le genti” (Purg., V, 13): Marx cita “Vien dietro a noi…”, aggiungendo un plurale chissà se humilitatis o maiestatis, per ragioni di pudore o di collettivismo. [...]

Pubblichiamo parte dell’intervento tenuto da Stefano Bartezzaghi (autore, tra l’altro, del famoso anagramma del nome di Roberto Benigni: “integro birbone“).

 
Nell’estate del 2006 l’ Italia è stata dominata da un evento – spettacolare, culturale e, assieme, sociale – : le serate in cui Roberto Benigni, in piazza Santa Croce a Firenze, ha letto – anzi recitato a memoria – diversi canti della Commedia di Dante Alighieri. (…) L’ attore dedicava una prima parte dello show a un monologo comico sull’ attualità italiana, soprattutto politica. Dopo questa prima parte, introduceva il canto dantesco con una parafrasi e alcune spiegazioni, e quindi chiudeva con la recitazione dei versi. Il fatto che uno dei comici più amati abbinasse un monologo comico a una seria introduzione a Dante – seria, commossa e a tratti anche dotta – di per sé stabilisce un ponte, un punto di contatto, fra il mondo della poesia e quello dell’ umorismo e dei giochi di parole; un tema che Benigni frequenta da molto tempo, e che è diventato esplicito nel suo film La tigre e la neve, dove il protagonista è appunto un poeta. La poesia è un gioco di parole? E’ almeno un modo di giocare con le parole? Sia la letteratura sia il gioco sono attività gratuite, ma lo sono in modo diverso. Un bel gioco dura poco: il gioco finisce quando finisce, e il piacere che procura non si tramanderà. La letteratura invece produce testi che tramandano il proprio piacere, e il cui effetto non cessa con la fine della lettura. Letteratura sembra indicare alla persona del lettore la strada di un avanzamento (si dice che chi legge «cresce», «matura»), mentre il gioco appare connesso con un tentativo di regressione. Possiamo dunque dire che – almeno per come sono socialmente riconosciuti – la letteratura e in particolare la poesia è parte di una zona alta della cultura mentre il gioco è parte della zona bassa. Nei confronti degli elementi della condizione umana, la prima li narra, il secondo li elude, scegliendo rispettivamente un atteggiamento rivelatorio ed enigmatico. La poesia produce piacere per gli altri e il gioco produce piacere per sé. La letteratura pretenderebbe di far diventare saggi, il gioco di farci tornare bambini. Il discorso cambia, almeno un poco, se ci rivolgiamo non più alla realtà sociale di letteratura e gioco, ma ai loro meccanismi. Qui poesia e gioco si incontrano assai più spesso di quanto non ci si potrebbe immaginare. Troviamo abbondanti esempi proprio in Dante. Quando di Semiramide dice «che libito fé licito in sua legge» (Inf. V, 56) accosta due parole scelte evidentemente per la loro somiglianza, e pare volerci dire: vedete che pericolosa vicinanza c’è fra un peccato mortale, la lussuria, e la sua legittimazione? E’ lo stesso meccanismo per cui in diverse lingue possiamo esprimere la nostra opinione sul fatto che i traduttori spesso sono infedeli al testo dicendo «traduttore traditore». In questa formulazione sintetica e sorprendente, non sembra più un’opinione del parlante, ma una verità contenuta nel corpo stesso della lingua, e quindi nelle cose. La poesia e il gioco di parole spesso esprimono qualcosa di analogo: che le parole e le cose, separate dall’ arbitrarietà che deriva dalla maledizione di Babele, a volte possono tornare a coincidere. La poesia lo dice in modo sublime, il gioco lo dice per scherzo: ma a volte càpita anche che il gioco sia sublime e che a scherzare sia la poesia. In Dante ricorrono tre fenomeni vicini al gioco: l’ invenzione linguistica, l’enigma e l’acrostico. Tutti e tre interpellano direttamente i lettori di Dante, imponendo loro di interpretare la lingua inventata, sciogliere l’enigma, decidere se un acrostico è intenzionale o casuale. Il gioco non è mai solitario: richiede sempre la presenza dell’ autore e del lettore, e quando l’autore ha l’importanza di Dante all’altro capo del suo tavolo non si siede un giocatore solo, ma un’ intera cultura. Gianfranco Contini ha affermato che la reale presenza di Dante sia nella memoria, più ancora che nello scritto. Di questa presenza nella memoria si ha un esempio struggente e altissimo nel capitolo più struggente e alto di Se questo è un uomo di Primo Levi, dove Levi nel campo si sforza di ricordare il canto di Ulisse, di recitarlo e spiegarlo a un suo amico francese: «Fatti non foste a viver come bruti». Il ritorno di suoni uguali, l’ accostamento di parole simili e l’ uso di moduli ritmici vincolanti caratterizzano sia la poesia sia il gioco e li mettono in relazione con la memoria, già a partire dalle mnemotecniche dell’ antichità. Nel caso di Dante, questa memoria non è solo la memoria individuale ma è la memoria culturale di una Nazione. Dante è diventato un repertorio di luoghi comuni, che Contini elenca limitandosi ai primi canti: selva selvaggia, falsi e bugiardi, tremar le vene e i polsi, qui si parrà la tua nobilitate, color che son sospesi, il ben dell’ intelletto, dentro a le segrete cose, sanza infamia e sanza lodo. Tutte frasi che noi ripetiamo magari senza neanche sapere più che vengono da Dante. Solo l’opera lirica ha svolto una funzione così profonda in quel deposito culturale che sono i luoghi comuni nella lingua. Uno scrittore contemporaneo, Aldo Busi, ha messo in scena un irresistibile personaggio, Celestino Lometto, che a un certo punto dice «Non ti curar di lor, ma guarda i passeri». Fa ridere, perché ogni italiano ripete il verso «Non ti curar di lor, ma guarda e passa». Solo gli appassionati di Dante sanno che però la maggior parte degli italiani si sbaglia a sua volta, perché il verso originale è «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» (Inf. III, 51). La memoria ha i suoi lapsus, i lapsus hanno la loro giocosità. Ma possiamo concludere che non è Roberto Benigni che porta Dante in piazza: potremmo dire che Benigni ce lo incontra, perché nella piazza italiana Dante è presente da sempre, se per piazza intendiamo correttamente il luogo di incontro collettivo degli individui che appartengono alla stessa cultura.

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