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Così Dante e Benigni svelano le ipocrisie di oggi

di Edmondo Berselli, Repubblica — 30 dicembre 2008

Già, forse ci voleva davvero uno spirito burlesco come quello di Roberto Benigni per recuperare il padre Dante alla modernità e al piacere del testo, e sottrarlo almeno per qualche momento alla noia del liceo classico, e di echi crociani, e di interrogazioni moleste, e di compendi di letteratura, e dei commenti più vari e compunti. E ancora meglio, il ripescaggio, quando in Benigni sopravvive la fiammella del Benigni giovane, insieme colto, facinoroso e vernacolare. Capace di contaminazioni forse ancora più scandalose di quelle di cui si lamentava il Petrarca (secondo l’arguta ricostruzione di Alberto Asor Rosa, quest’ultimo deprecava la diffusione della Commedia fra il popolino di Firenze, cioè fra i «tintori», gli «osti», i «lanaioli»: eh, il successo di massa contro il successo di critica). Ci voleva davvero il comico stralunato, la marionetta con gli abiti smisurati, capace di duellare con lo scrittore appenninico messer Francesco Guccini componendo all’impronta poemetti in ottava, e di intonare una boiata infantile come L’ inno del corpo sciolto buttandola lì con una distanza critica di tipo brechtiano, perché allora andava molto, e Strehler imperava; e infine eccolo a fare il critico cinematografico con Renzo Arbore nell’ Altra domenica, seguendo il filo di dialoghi quasi beckettiani, se non fossero stati troppo vicini ai De Rege, e alla lezione di Petrolini, e alla goliardia ammiccante dell’ Arboristeria, con i suoi giochi, tormentoni e tormentini («A quest’ ora in questura il questore non c’ è»). Risultato: genialità fisica, exploit da comica del muto, compresi i baci in bocca sanremesi alla povera Olimpia Carlisi e il «Wojtylaccio», e un parlato che piaceva agli italiani per le ragioni più facili (la poetica del pipino e della pipina, lo sventrapapere, le mani addosso alla Carrà, nelle parti alte, o a Pippo, nelle parti basse, fra squittii e barriti), mentre gli intellettuali apprezzavano la sua vena popolaresca e materialona, talvolta citando la linea Contini, quella che «parte» da Cecco Angiolieri. Fino all’Alighieri, naturalmente, recitato nelle piazze. E qui il discorso si fa più complicato, perché un conto è avere sdoganato il padre della lingua, o l’architrave di tutta la nostra letteratura; e un altro è la sorpresa di Dante in sé. Ricapitolando: un poeta medievale, che «fonda» la lingua italiana, ma che nello stesso tempo compendia la cultura dell’ epoca, e la cronaca, la politica, l’Impero, il papa, i papi, le sante, le meretrici. Cosicché, a ripensare a quella micidiale consapevolezza, in cui si sono fusi i capitoli principali della teologia e della cosmologia di quell’ epoca, senza alcuna rinuncia a prendere per il bavero la politica e la chiesa, il pontefice e il sovrano, il trono e l’ altare, e magari anche la cultura islamica con qualche versetto satanico su «Macometto», viene voglia di fare qualche domandina malevola. Eccola qui: c’ è qualcuno oggi che intravede nella letteratura italiana contemporanea qualcosa di simile alle rime «petrose», alla forza rocciosa di Dante? O non si ha la sensazione che invece dei romanticismi estremi del Dugento e della potenza evocativa e suggestionante del Trecento ci si trovi in piena e fatua eloquenza secentesca, fra movenze eleganti e gesti vanesi, ed «è del poeta il fin la maraviglia»? Vale a dire: non sarà che il solo pensiero della durezza ghibellina di Dante mette allo scoperto l’ accidioso savoir faire del presente, il gioco delle armonie e delle convenienze, cioè delle opposte ipocrisie? Sicché, altro che l’Inferno, con tutti i cattivi al posto giusto, e adeguatamente riempiti di cacca; ci si ritrova invece tutti più o meno nello stesso salotto, si fanno gli stessi baciamani e si dispiegano gli stessi tenui cinismi, e forse l’ unica opera che fissa per sempre (vabbè, facciamo per una stagione) l’ inferno del regime, individuato nella caduta tendenziale dello stile, è il Cafonal di D’Agostino e Pizzi? Il fatto è che il gusto dell’invettiva, dell’insulto sanguinoso, dell’ oltraggio supremo, è stato oscurato dalle buone maniere ufficiali di un paese in cui, come diceva Mario Missiroli, «non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti». Al massimo, gli insulti sono demandati ai redattori dei blog, che abbondano in scurrilità e in punti esclamativi, tuttavia senza ambizioni letterarie. Allora ci si consola con il perfetto catalogo delle bestialità e demenze nazionali, morali e linguistiche, comportamentali e lessicali, di Alberto Arbasino con i suoi dribbling beffardi (La vita bassa). Ma potrebbe venir voglia di qualcosa di più diretto, gradito anche al popolino non solo di Firenze: insomma, qualcosa di autenticamente volgare, che trasformi in arte, popolare sì ma di altissimo livello, l’ odio politico che è stato neutralizzato nei balletti del galateo «bipolare»: per dire, il sentimento verso «il principale esponente dello schieramento a noi avverso»; e che magari porti sul piano della letteratura quella laicità non troppo sana che spiace al Pontefice, se è il caso nella forma turpe e irriguardosa dell’ anticlericalismo: suvvia. Forse, si manifestasse questo «stil novo», si potrebbe allora chiedere a Dante e Benigni di aiutarci a ritrovare la strada per uscire a «riveder le stelle». Mentre per ora, il desiderio più acuto, anche sulla scorta di esempi di prim’ordine, sarebbe che la notte nuovamente si accendesse e tutti noi, senza pretesa di originalità, potessimo uscire a riveder le star.

La Commedia del popolo

di Alberto Asor Rosa, Repubblica, 29 dicembre 2008

In genere si pensa che la storia della letteratura sia un seguito di grandi uomini e di grandi opere, che ci si deve accontentare di ammirare dal di sotto e da lontano, quasi pargoli indigenti di ogni sapienza. Di certo è anche questo (e anche l’ ammirazione da lontano va praticata): ma è anche una moltitudine di minuscoli dati intellettuali e materiali, la cui paziente osservazione porta sovente a scoperte magari semplicissime nella sostanza ma estremamente rivelatrici negli effetti. Questa considerazione mi viene in mente dalla rilettura di una famosa «epistola» di Francesco Petrarca niente di meno che a Giovanni Boccaccio in merito alla produzione letteraria volgare di Dante Alighieri (bella e straordinaria questa adunanza di «spiriti magni», riuniti intorno ad un tavolo ideale, come soggetti e oggetti della conversazione, per discutere della natura e dei compiti della poesia, anzi, della Poesia). In questo testo è in gioco l’ apprezzamento, – positivo o negativo, o meno positivo, o un tantino negativo, – di un’ opera come la Commedia, pietra fondativa, architrave, dell’ intero «sistema letterario» italiano. E per quanto l’ occasione possa apparire limitativa, – in fondo una lettera originariamente privata, sia pure tra due grandi personalità, una «famigliare» fra le tante (XXI, 15), – lì è contenuta l’ essenza di una scelta di fondo, che percorre da un capo all’ altro l’intera nostra storia letteraria (forse addirittura fino ai giorni nostri, di sicuro fino all’ altro ieri), la contrapposizione, cioè, per dirla in termini molto attuali, quasi da tifo calcistico, tra i filo-danteschi e i filo-petrarchisti, tra i seguaci di una nozione della poesia ispirata all’ opera e ai precetti teorici di Dante e i seguaci di una nozione della poesia ispirata all’ opera e ai precetti teorici di Petrarca. Naturalmente, date le premesse, si potrebbe ragionare all’ infinito sulle motivazioni, molteplici e ricche, di ognuna delle due linee. Per l’ occasione fermerò l’ attenzione su di un solo punto, che però, a guardar bene, potrebbe costituire il presupposto di tutti gli altri. Boccaccio, com’ è noto, è un filiale sostenitore (ovviamente a modo suo) della linea dantesca. Però, ammiratore al tempo stesso di quel suo fratello maggiore che era Petrarca, si sforzava in tutti i modi di persuaderlo delle buone ragioni della sua ammirazione per Dante (della cui Commedia aveva inviato anni prima una preziosa copia a Petrarca stesso). Petrarca, contegnoso e, secondo me, anche un poco ipocrita, gli risponde (siamo in anni tardi, intorno al 1360) che lui apprezza e ama Dante ma non può fare a meno di constatare come il suo innegabile ingegno si sia come sporcato e rovinato a causa… A causa di cosa? A causa del fatto che Dante, nelle modalità della sua poesia, nella scelta delle sue tematiche e (soprattutto) nell’ uso di una determinata lingua, ha pensato fosse giusto stabilire un rapporto, – un rapporto stretto e per lui molto fecondo, – fra il proprio ruolo di poeta e un pubblico vasto, nel quale avrebbe inevitabilmente assunto un ruolo, superiore a qualsiasi classica misura, l’ elemento popolare. Le parole di Petrarca sono di un’ inequivocabile durezza. Egli respinge con sdegno l’ insinuazione che potesse «invidiare» Dante per la fama da questi rapidamente acquisita. Come avrebbe potuto invidiarlo, – scrive il poeta classicheggiante e precocemente umanista, – se ad ammirare Dante, con «applauso e strepito sgraziato», si erano distinti in prima fila personaggi come «i tintori», «gli osti», «i lanaioli», ossia i rappresentanti tipici del popolino fiorentino, che fin dalla prima circolazione della Commedia ne avevano imparato i versi a memoria e li salmodiavano o cantavano (testimonianze coeve ce lo confermano) persino in bottega, nell’ esercizio delle loro attività artigianali? Non aver scansato in tutti i modi, – come Petrarca dichiara di aver voluto fare accuratamente per sé e per la propria opera, – questa vera e propria contaminazione fra la propria poesia e quel pubblico indegno aveva provocato come altra intollerabile conseguenza negativa che il suo stile, – lo stile di Dante, volentieri piegato dal suo autore a tale contaminazione, – risultasse «insozzato e coperto di sputo dalle balbettanti lingue di costoro». Comincia da qui, con la sorprendente chiarezza di cui solo un intelletto come quello di Francesco Petrarca poteva esser capace, il lungo percorso del padre Dante nella storia della letteratura italiana successiva. Mi rendo conto, naturalmente, di schematizzare oltre misura. E però non sarebbe difficile dimostrare che la fortuna di Dante, e in modo particolare della sua poesia (che per scelta sua fu, non dimentichiamolo, quasi tutta volgare), s’alza o s’abbassa, in taluni momenti fin quasi a scomparire, a seconda che i letterati italiani di questo o quel periodo si siano posti oppure no il problema di venire incontro alle aspettative, non solo dei membri della loro medesima corporazione, ma a quelle dei «tintori», degli «osti» e dei «lanaioli» dei loro tempi (con il che, com’ è ovvio, intendo riferirmi a quelle situazioni sociali, professionali e intellettuali, che di volta in volta sfuggissero ai modelli precedenti del «sistema»). A questo possibile diagramma storico della nostra letteratura, che vede la presenza maggiore o minore di Dante come il visibile segnale d’una condizione più aperta e rinnovatrice della ricerca, andrebbe accompagnata la parallela ricostruzione della fortuna di Dante direttamente presso le classi popolari italiane, fino ad un periodo a noi assai vicino. «Dire» Dante ha sempre significato a quel livello un’affermazione d’ identità, che in quelle parole, in quei versi e in quella lingua «si riconosceva» (né può risultare una diminuzione per la Commedia dantesca il fatto che le si affiancassero nella memoria popolare opere come il Guerrin Meschino o la Gerusalemme liberata). È quello che, con la geniale inventività che lo contraddistingue, ha fatto e continua a fare Roberto Benigni, parente stretto di quei popolani toscani che al Petrarca davano tanto fastidio. Mi preme rilevare che tutto ciò è tutt’ altro che casuale. L’ origine ne va cercata infatti nelle scelte stesse di Dante, anche quelle di maggior rilievo e sofisticazione intellettuale. E si può esser sicuri che Dante, se avesse potuto, non si sarebbe lamentato, come Petrarca, d’ esser detto o cantato dalle «lingue balbettanti» degli incolti.

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Repubblica ha aperto un canale multimediale dedicato all’uscita dei DVD di TuttoDante.

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