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Roberto Benigni a Firenze, un uomo sopraffatto dalla bellezza – (articolo di Davide Rondoni)

Mentre ci muore addosso la retorica e ci si gela in corpo il nuovo lessico dell’economia, per fortuna un giullare sale su un palco e mostra d’essere un uomo

di Davide Rondoni, poeta e scrittore

FIRENZE – Cosa si vede in Piazza santa Croce? Sì ok, Benigni che legge Dante e pensiamo di sapere di cosa si tratta. La grande poesia e però prima per un po’ infilza con simpatia e battute salaci Berlusconi (i due potrebbero ormai fare un duo) e un po’ anche gli altri big. La battuta migliore è su Monti: talmente rigido e tristo che la ola dello stadio delle semifinali quando è arrivata a lui è tornata indietro. Cosa capita dunque di vedere qui? Un bello spettacolo? un gioco che si regge tra ironia e poesia? la solita italiota comicità contro i potenti (basterebbe che un giorno Berlusconi dicesse di Benigni: mi piace, e il gioco finisce, e se non lo dice è per invidia tra colleghi, mica per motivi politici – son sicuro infatti che il modo simpaticamente irridente verso il vecchio capo politico non nuoccia all’ego né ai voti del suddetto).

UN UOMO SOPRAFFATTO – Cosa si vede dunque in questo catino di bellezza e arte in questa piazza dominata da Santa Croce meravigliosa? Vediamo un uomo sopraffatto. Ed è la cosa di abbiamo bisogno. Finalmente un uomo non sopraffatto dall’economia e dal potere. Ma un uomo, un attore che sta diventando un artista. E lo sta diventando perché sopraffatto. Abbiamo bisogno di vedere almeno talvolta un uomo sopraffatto dalla bellezza. E dalla grandezza e dal terribile.

LA NOSTRA FORTUNA – Per fortuna, nell’era della retorica e dell’economia-morte abbiamo questo comico che ama la poesia. E che se ne fa dominare. Un comico che è diventato un artista capace di ridere e di piangere. E di condividere tali risa e lacrime. La presenza di Benigni in questa Italia periclitante e malmostosa parrebbe un paradosso, nel momento in cui si dice che abbiamo bisogno di gente senza cuore. Di gente fredda. Ma al contrario, avere uomini che hanno la dismisura del bello e dell’orrendo, e quindi fuori d’ogni calcolo è la nostra fortuna.

UN GIULLARE CONTRO LA RETORICA – Mentre ci muore addosso la retorica politica, la retorica antipolitica, quella dei media, degli “in” e degli “off”, e mentre ci muore addosso e ci si gela in corpo il nuovo lessico dell’economia che voleva dominare il mondo e si è trasformato in guerra e incubo, per fortuna un giullare sale su un palco nella piazza meravigliosa di Firenze e mostra d’essere un uomo sopraffatto dalla bellezza e dalla grandezza.

COME NASCE UN ARTISTA – Assistere allo spettacolo di Benigni Tutto Dante non è più assistere a uno spettacolo. E’ ben di più. E non solo perché ormai l’affiatamento o meglio, chiamiamolo come si deve, l’affetto tra l’attore e i suoi spettatori è vivissimo e crea situazioni semplici e complessissime. E’ di più di uno spettacolo non solo perché è ormai un rito che coinvolge un sacco di gente. Il fatto è che davanti a noi si sta compiendo una metamorfosi. Stiamo vedendo come nasce un artista. Mentre ridiamo e sorridiamo si sta consumando davanti ai nostri occhi un capolavoro: nasce un artista.

DAVANTI A TUTTI, SENZA PUDORE – Perché Benigni ci sta facendo vedere su di sé – persino sul proprio corpo che sta invecchiando, fanciullesco e segnato al tempo stesso – la nascita di un artista. Di un artista vero, intendo. Non si tratta più di un geniale intrattenitore, di un comico di enormi qualità naturali e cultura. In questa Italia dove sembra che non nasca niente – e non è vero, è che non ce lo fanno vedere! – lo show di Benigni ha il merito non solo di far capire a un sacco di conservatori (insegnanti e non) che si può far amare Dante e la poesia, ma di farci pure vedere la nascita di un artista. Non avviene nel segreto di un destino oscuro e personale, così come avvenne e ancora avviene per tanti. Ma davanti a tutti. Senza pudore. Mostrando come dalla sopraffazione del bello e del grande, nasce la possibilità di muovere il meglio in tutti.

UN TALE MERAVIGLIOSO DISASTRO – In questo senso, Benigni sta compiendo un suo personale itinerario vocazionale e sta facendo un servizio pubblico, diventando davvero un artista. Certo, lo chiamano artista da un bel pezzo. Gli oscar, il successo, i riconoscimenti. Ma un conto è esser chiamati in un certo modo, un altro è esserlo. Un conto è l’etichetta che appiccicano su critici giurie o uffici di marketing, un altro è essere a tal punto nel proprio corpo e nell’anima così sopraffatto dal bello e dal grande da comunicare tale meraviglioso disastro, vivo e fertile, a chi ti guarda e ascolta. Abbiamo bisogno di uomini così, per ripartire anche nelle peggiori crisi. Uno è esposto in piazza santa Croce. Altri ce ne sono, scovateli.

[Clicca qui per leggere l'intervista di Davide Rondoni a Roberto Benigni del 2007]

“To Rome With Love” esce oggi al cinema!

Arriva oggi nelle sale italiane “To Rome With Love“, film di Woody Allen con Roberto Benigni, girato a Roma tra luglio e agosto 2011. Ecco il trailer italiano:

Nella PhotoGallery del sito abbiamo aggiunto più di 150 foto dalla conferenza stampa, photocall e premiere di “To Rome With Love” di venerdì 13 aprile all’Hotel Parco Dei Principi e Auditorium Parco della Musica:

La playlist con i video esclusivi dal set romano del film con backstage e scene inedite:

Video: intervento di Roberto Benigni al Quirinale

Dizionario di un paese che mi fa commuovere

Se lei presidente ha bisogno di me, sostituire un corazziere, fare un settennato tecnico, sono a disposizione…

Grazie, buon giorno signor presidente, Donna Clio, presidenti delle Camere, autorità tutte, sono lieto di essere qua. (…) Volevo venire a cavallo ma non mi è stato permesso come a Sanremo, sarebbe stata un’entrata straordinaria in questo che è il palazzo più bello del mondo, il Quirinale.

Se lei presidente ha bisogno di me, sostituire un corazziere, fare un settennato tecnico, sono a disposizione. (…) Il presidente Amato mi ha chiamato per dirmi: «Potresti venire a leggere delle cose al Quirinale dall’Unità d’Italia alla Liberazione?». Ho detto sì! Quante ore ho? È una patria meravigliosa, piena di eroi. Vado a ricordare i fratelli Bandiera, Ciro Menotti, Enrico Toti che lancia la stampella contro gli austriaci, che allora i nemici si potevano vedere. Oggi il nemico non si vede, è impalpabile, non si può lanciare una stampella contro lo spread. Allora io ho cominciato proprio dall’inizio e vi leggerò la proclamazione del Regno d’Italia sulla Gazzetta Ufficiale numero 3: (…) «Vittorio Emanuele II re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme ecc., il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato. Articolo unico: il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia». (…) Torino, addì 17 marzo 1861. Vittorio Emanuele, Cavour, Minghetti, Cassini, Sveggezzi, Fanti, Mamiani, Corsi e Peruzzi». Voi non ci crederete, ma c’era anche la pubblicità nella stessa Gazzetta Ufficiale : «Enrico Orfei, viale Santa Barbera 11, possiede un segreto per far nascere i capelli anche dopo dieci anni di mancanza dei medesimi». I problemi son sempre gli stessi. Anche questo fa parte della storia.

Dunque, i nostri tre padri: Cavour, Mazzini, Garibaldi. In quel periodo eravamo i primi nel mondo, il Risorgimento italiano ha fatto liberare tutta l’Europa oppressa, una cosa straordinaria. Cavour è stato il più grande statista del suo secolo, come ricorderete: «Libera chiesa in libero Stato». Era detto «il grande tessitore», poi a seconda delle contingenze storiche si passa dai grandi tessitori ai grandi tassatori, ma questo è un altro discorso. Cavour scrive alla contessa di Circourt: «Non ho alcuna fiducia nelle dittature e soprattutto nelle dittature civili. Io non mi sono mai sentito debole, se non quando le Camere erano chiuse. D’altra parte non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita: sono figlio della libertà. È ad essa che debbo tutto quel che sono. (…) Io scelgo la via parlamentare, è la più lunga ma è la via più sicura». Camillo Cavour.

Adesso vi leggo un brevissimo estratto di Giuseppe Mazzini. (…) dai Doveri dell’uomo : (…): «Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal voto nello sviluppo della vita nazionale, finché uno solo vegeta ineducato tra gli educati, finché uno solo capace e voglioso di lavoro langue per mancanza di lavoro nella miseria, voi non avrete la patria come dovreste averla». (…) Giuseppe Mazzini. (…) «Imagine all the people, you can say…», Garibaldi l’ha detto molto tempo prima di John Lennon. Scrive Garibaldi nel 1860: «(…) Per esempio supponiamo che l’Europa formasse un solo stato – siamo nel 1860 – chi mai penserebbe di disturbarla in casa sua? E in tale supposizione non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati ai bisogni e alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizi di sterminio, sarebbero convertiti a vantaggio del popolo». (…) Giuseppe Garibaldi.

Siamo stati i primi anche a configurare l’Europa come entità politica. Pio II scrisse il De Europa . È la prima volta che la parola Europa viene trovata scritta, politicamente. Pio II, papa Enea Piccolomini del famoso detto: «Quando ero Enea nessun mi conosceva, ora che son Pio tutti mi chiaman Zio». C’era il problema di unire l’Europa per proteggersi dal pericolo turco e adesso il problema dell’Europa è annettere o no la Turchia all’Europa. I problemi davvero sono sempre gli stessi.
La Prima guerra mondiale. C’erano scritti di Emilio Lussu, meravigliosi, Rigoni Stern, Gadda, Ungaretti. Ho scelto una poesia terribile, lancinante, sulla Prima guerra mondiale: si chiama «Voce di vedetta morta», è di Clemente Rebora: ha combattuto nel Carso, fu ferito gravemente. «C’è un corpo in poltiglia / Con crespe di faccia, affiorante / Sul lezzo dell’aria sbranata. / Frode la terra. / Forsennato non piango: / Affar di chi può, e del fango. / Però se ritorni / Tu uomo, di guerra / A chi ignora non dire; / Non dire la cosa, ove l’uomo / E la vita s’intendono ancora. / Ma afferra la donna / Una notte, dopo un gorgo di baci, / Se tornare potrai; / Sòffiale che nulla del mondo / Redimerà ciò ch’è perso / Di noi, i putrefatti di qui; / Stringile il cuore a strozzarla: / E se t’ama, lo capirai nella vita / Più tardi, o giammai».

Nel 1921 abbiamo l’idea straordinaria del colonnello Douhet, che il Parlamento ha votato all’unanimità, di tumulare la salma di un giovane soldato sconosciuto con una cerimonia straordinaria. (…) Ad Aquileia: la signora Maria Bergamas gettò un velo nero che casualmente andò su una bara. Lei era la mamma di un soldato che non si ritrovava e abbiamo fatto il monumento al Milite ignoto, che in origine lo sapete era il Vittoriano, il monumento a Vittorio Emanuele. Ma un soldato ignoto è diventato più grande di un re. Circa 10 anni dopo, l’articolo 18 del Regio decreto del 28 agosto 1931 stabiliva un giuramento di fedeltà al regime fascista per i professori universitari.

Su 1250 professori universitari 14 rifiutarono il giuramento: Ernesto Buonaiuti, Giuseppe Antonio Borgese, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Errico Presutti, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra. E ci sono altre tre persone che lasciarono volontariamente l’università nel ’25-26 alle prime avvisaglie di ciò che sarebbe avvenuto nel 1931: Silvio Trentini, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel 1938 c’è la pagina non dico nera, ma ridicola della nostra storia. Sono le leggi razziali (…). Se ne può parlare solo in maniera grottesca e ridicola, come ha fatto questo popolarissimo poeta romano. Si chiama Trilussa e l’ha scritta nel 1938: «C’avevo un gatto e lo chiamavo Ajò / ma dato ch’era un nome un po’ giudìo / agnedi da un prefetto amico mio / pe’ domannaje se potevo o no: / volevo sta’ tranquillo, tantoppiù / ch’ero disposto de chiamallo Ajù. / «Bisognerà studià», disse er prefetto / «la vera provenienza de la madre» / Dico: la madre è un’angora, ma er padre / era soriano e bazzicava er ghetto / er gatto mio, però, sarebbe nato / tre mesi doppo a casa der Curato. / «Se veramente ciai ‘ste prove in mano – me rispose er prefetto – / se fa presto». E detto questo / firmò ‘na carta e me lo fece ariano. / «Però – me disse – pe’ tranquillità / è forse mejo che lo chiami Ajà».

Siamo alla Seconda guerra mondiale, una tragedia con milioni di morti. Ma quanti morti ci sono stati perché noi oggi potessimo essere qui: è una cosa commovente. Vi leggo alcuni estratti dalle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Sono ragazzi di 18/20 anni: il primo è un elettricista e dice a un amico: «I giudici erano tutti assassini e delinquenti. Chiesero la mia condanna a morte con il sorriso sulle labbra e hanno pronunciato la mia condanna a morte ridendo sguaiatamente come se avessero assistito a una rappresentazione comica. Ti scrivo queste parole 10 ore prima di essere fucilato. Muoio contento di aver servito la causa della libertà fino all’ultimo, addio. Giovanni».

Questo è Domenico Cane, 29 anni, artigiano: «Mamma fra un’ora non sarò più in questo mondo. L’ultimo mio anelito sarà per te, nel tuo nome di mamma vi è tutta la mia vita. Sono sereno e innocente. Del motivo che muoio vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha tremato e che è morto per la libertà e ora perdono a tutti, ciao mamma, papà, Stefano, Alberto, ciao a tutti, tutto è pronto sono sereno. Addio mamma, mamma, mamma, mamma» (e qui Benigni si commuove, ndr).
C’è voluta questa morte e tutto questo amore perché potessero essere scritte queste parole. Articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Articolo 2, 3, 4, 5, 6… 136, 137, 138, 139. La presente Costituzione è promulgata dal capo provvisorio dello Stato entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dell’Assemblea costituente ed entra in vigore il 1° gennaio 1948. Roma, addì 27 dicembre 1947, il capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Controfirmano il presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini, il presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi, visto il Guardasigilli Giuseppe Grassi.
Grazie, viva l’Italia.

Roberto Benigni
Il Corriere della Sera, 18 marzo 2012

Le foto di Roberto Benigni al Quirinale – 17 marzo 2012

Roberto Benigni: al Quirinale sarei venuto a cavallo

«Che bello il Quirinale, sarei venuto anche a cavallo, non me l’hanno permesso, non c’era nemmeno lo spazio. Ma sarei venuto comunque, presidente sono a disposizione, se ha bisogno di me anche per un settennato tecnico!». Completo grigio, Roberto Benigni apre così il suo
intervento al Quirinale. « Domani finisce il 150 e si ricomincia tutto come prima, granducato di Mantova eccetera».

Garibaldi? Ha anticipato Imagine di Lennon
Scherza. Garibaldi? «Imagine di John Lennon l’ha anticipata lui!». Entusiasmo travolgente, Roberto Benigni trasforma in uno show a tratti commovente il suo intervento al Quirinale per la cerimonia conclusiva dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Parte da due testi risorgimentali, il Giuramento
della Giovine Italia di Mazzini e il memorandum di Garibaldi alle Potenze d’Europa, per fare poi una carrellata che, attraversa tutta la storia unitaria fino alla firma dei costituenti per la costituzione italiana nel 1947. Ricorda che Garibaldi ha anticipato anche l’idea di Europa, legge brani tremendi dal fronte della prima guerra mondiale, recita stentoreo tutti i nomi dei professori che nell’Italia di Mussolini rifiutarono di aderire al fascismo.

Leggi razziali: una pagina così nera da essere ridicola
Sulle leggi razziali si ferma, «è una pagina così nera da essere ridicola», dice. E per ricordarla ricorre a un esilarante, amarissima, poesia di Trilussa , protagonista un gatto in odore di ebraismo. Quindi arriva alla II guerra mondiale, legge commosso alcune lettere di condannati a morte della resistenza. L’ultima è di un ragazzo di 29 anni che scrive alla mamma ‘il tuo bambino muore senza paurà. « Ci sono bambini che hanno donato la vita per noi- conclude Benigni commosso- c’è voluta tutta questa morte e questo orrore perchè si potesse arrivare a scrivere queste parole», ovvero la Costituzione italiana. E proprio leggendo il primo articolo della Costituzione e poi le firme di coloro che la promulgarono
Benigni conclude. Non prima di aver lanciato un entusiastico “Viva l’Italia”.

Napolitano: grazie a Benigni
«Grazie a Benigni, anche se è difficile parlare grigiamente dopo di te» . Il presidente della repubblica Napolitano si rivolge così al comico toscano che ha appena terminato il suo intervento prima di cominciare il suo discorso nella cerimonia al Quirinale per la conclusione delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. (ilsole24ore.com)

Benigni, Italia, Lavoro, 150 Anni Di Unità E Un Cavallo (Francesco Menichella per GQ.com)

Roberto Benigni si propone per un settennato tecnico e sale al Quirinale per la chiusura dei festeggiamenti dei 150 anni di unità d’Italia.

Il comico si sarebbe voluto presentare a cavallo, animale che gli portò fortuna al cinema nell’oscar conquistato con La Vita è bella, e poi nell’edizione 2011 del Festival di Sanremo dove fece un’accorata rilettura dell’Inno di Mameli. Il comico questa volta ha fatto una breve lezione sulla storia d’Italia da Giuseppe Mazzini a Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour.

Le sue parole trasformano una cerimonia celebrativa in una forte scossa di sentimenti. La voce, le pause, l’inflessione e tutto il suo corpo ci trascinano nella sfera affettiva che lega ogni essere umano alla politica e al bene comune. C’è chi per l’Unità d’Italia e poi durante la resistenza ha sacrificato la propria vita.
La muscolatura facciale di Benigni trema leggendo una di queste lettere e noi insieme. Qualcuno di grande, di eccezionale coraggio e altruismo è esistito. In fondo è per quelli come lui che la parola Italia ha un senso. Uomini e donne che hanno saputo morire per la libertà, la democrazia e il lavoro. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro,” sottolinea Roberto.

Tutte le loro lettere meriterebbero di essere lette con l’amore e la forza del momento in cui sono state scritte e lette per la prima volta. Quanta intensità e lacrime ci vogliono per rileggerle a distanza di decenni senza togliere a loro la verità che contengono. Sono pure, forti, schiette come la natura. Sono il cavallo invisibile su cui si è presentato il comico per condurci via.

150° Unità: Cerimonia al Quirinale con Roberto Benigni – In diretta su Rai1 dalle 10.55

Oggi 17 marzo si concludono ufficialmente i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia ad un anno dalle celebrazioni che verranno riassunte in un incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che realizzerà un intervento sul ”Bilancio e significato delle celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia” in una cerimonia che verrà trasmessa in diretta su Rai Uno a partire dalle 11 di stamattina

A un anno dall’avvio delle celebrazioni, sabato 17 marzo al Quirinale avrà luogo un incontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su ”Bilancio e significato delle celebrazioni per il 150* Anniversario dell’Unita’ d’Italia”. La cerimonia è coordinata da Giuliano Amato: ospite d’eccezione Roberto Benigni con il ”racconto” di alcuni brani significativi tratti dalla letteratura risorgimentale e patriottica.

L’appuntamento sara’ aperto dall’esecuzione dell’inno di Mameli da parte del Coro multietnico dell’Istituto comprensivo Manin di Roma. Quindi, sara’ proiettato un filmato realizzato dalla struttura ”Rai per i 150 anni” che ripercorrera’ i momenti significativi delle celebrazioni.

Interverranno, poi, il Ministro dell’Istruzione, dell’Universita’ e della Ricerca, Francesco Profumo, sulle iniziative promosse su tutto il territorio nazionale nelle scuole di ogni ordine e grado; il Sindaco di Reggio Emilia e Presidente dell’Anci, Graziano Delrio, illustrera’ il ruolo che le amministrazioni locali hanno svolto fin dall’inizio delle celebrazioni nel promuovere una autentica e forte partecipazione popolare; il professor Giuseppe Galasso ripercorrera’ l’intensa attivita’ di ricerca storiografica sulle vicende che hanno segnato l’evoluzione dello Stato italiano; il giornalista Aldo Cazzullo dara’ conto delle iniziative giornalistiche – editoriali che hanno fatto riscoprire i valori e i simboli del centocinquantenario; la scrittrice Dacia Maraini richiamera’ il ruolo della cultura nel processo unitario.

Nel corso della cerimonia verranno consegnate medaglie del 150* alle scuole, agli istituti scolastici e di ricerca e alle Universita’ che si sono distinte per i loro progetti didattici, quale riconoscimento al contributo del sistema dell’educazione italiano alle celebrazioni del 150esimo.

Altri riconoscimenti, simbolicamente rivolti a tutte le realta’ italiane, andranno ai Comuni di Reggio Emilia, Torino, Firenze, Roma, Genova, Marsala, Forli’, Bergamo, Rionero in Vulture e Pontelandolfo, non solo per il loro impegno nell’ambito delle celebrazioni ma anche per le ragioni che rendono la loro storia o le vicende che in essi furono vissute parti preminenti ed essenziali del processo di formazione dell’unita’ italiana.

“To Rome with love” di Woody Allen uscirà il 20 aprile

Dopo un paio di cambiamenti è finalmente ufficiale il titolo italiano del prossimo film di Woody Allen che uscirà in anticipo rispetto al previsto. “To Rome with love“, questo il titolo, sarà nelle sale italiane distribuito da Medusa a partire dal 20 aprile 2012. L’uscita nelle sale americane è prevista per il 22 giugno 2012.

La pellicola è stata girata in gran parte nella capitale e vede nel cast, oltre allo stesso Allen, anche Roberto Benigni, Jesse Eisenberg, Ellen Page, Alec Baldwin, Penélope Cruz, Riccardo Scamarcio, Isabella Ferrari, Sergio Rubini, Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Alison Pill, Flavio Parenti, Greta Gerwig, Antonio Albanese e Ornella Muti.

Roberto Benigni: “A Sanremo l’emozione più grande da quando faccio tv”

E’ stata un’emozione incredibile. La più forte da quando faccio televisione. Mi dicono che abbiamo fatto punte da venti milioni di spettatori: era dai tempi del Mondiale dell’ 82 che non succedeva…”. In un colloquio con il ‘Corriere della Sera’ (non un’intervista, ci tiene a precisare), Roberto Benigni torna sul monologo al Festival di Sanremo con il quale ha ricordato l’anniversario dell’unità d’Italia attraverso l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Lo sa Benigni che stavolta persino Il Giornale ha scritto bene di lei? «Guardi, è una cosa incredibile, forse anche pericolosa, infatti è tutto il giorno che mi chiedo: ma dove avrò sbagliato?» . Il giorno dopo il trionfo, Roberto Benigni è ancora euforico. «Nessuna intervista, per carità, se no gli altri si arrabbiano, e poi sono appena sceso dall’aereo, sono stanco e felice, non so cosa mi verrebbe fuori…» . Nessuna intervista quindi, però Benigni non rinuncia a dire la sua gioia. Il monologo di Sanremo ha cambiato la percezione degli italiani della festa per i 150 anni, da ricorrenza triste di un Paese diviso tra secessionisti al Nord e neoborbonici al Sud a momento in cui molti si rendono conto di essere più legati all’Italia di quanto non amino riconoscere. «Succedono cose pazzesche — sorride Benigni —. Mi dicono che a Radio Padania telefonano leghisti della prima ora un po’ arrabbiati con il partito: “Ma come, nell’inno di Mameli c’è la battaglia di Legnano? Perché non ce l’avete mai detto?”. Personalmente, però, la cosa non mi ha stupito. Non dovrebbe stupire. Alberto da Giussano è un eroe italiano, non padano. Appartiene a tutti noi, come la saga del Carroccio e della Compagnia della morte».

Benigni torna al suo intervento di Sanremo. Al suo riscoprire eroi dimenticati, morti a vent’anni, ed eroine ignote ai più, come la principessa di Belgioioso che porta i napoletani a combattere accanto ai milanesi e poi soccorre i patrioti lombardi e veneti venuti a difendere la Repubblica romana. E ritrova due punti centrali del suo monologo. L’idea che l’attaccamento fortissimo alle piccole patrie, alle storie locali, non è incompatibile con l’amore per la patria comune, anzi. «In sei strofe, Mameli unifica la storia di un’Italia fino a quel momento divisa. Legnano, appunto. E poi Genova, la rivolta di Balilla. Firenze, con Francesco Ferrucci. E la Palermo dei Vespri siciliani» . La conferma che si può essere padani, o genovesi, o toscani come Benigni e Ciampi, oppure siciliani, e nello stesso tempo italiani. Altro punto centrale, l’idea che l’Italia nasce dalla poesia e dall’arte, dalla cultura e dalla bellezza, prima che nella politica. «Prima viene Dante, e secoli dopo Cavour. Prima la lingua, poi la nazione. È la straordinaria bellezza del nostro Paese e dei nostri artisti che ci unisce. Non è meraviglioso il passo di Dante in cui Beatrice appare vestita dei tre colori che saranno quelli della bandiera italiana?» . Meraviglioso, certo. Ma l’Italia per Dante era anche un pensiero doloroso. Benigni cita a memoria: «Ahi serva Italia, di dolore ostello/nave senza nocchiero in gran tempesta/non donna di province ma bordello…» . Versi che riletti oggi sembrano avere un’amara attualità. Ma l’altra sera Benigni si è limitato a evocare le vicende politiche, senza infierire. Mentre a Vieni via con me aveva picchiato duro su Berlusconi, stavolta ha scelto il registro dell’ironia più che quello del sarcasmo. Erano altre le cose che gli premeva dire. Ma neppure stavolta la reazione politica si è fatta attendere, con la spaccatura dentro al governo e alla maggioranza su una questione, i 150 anni, rimasta finora sullo sfondo. Benigni però non ne è rimasto impressionato più di tanto. «Guardi, non dovevo scoprirlo a Sanremo o leggendo la curva dell’audience: sono sempre stato convinto che gli italiani, tutti gli italiani, anche quelli che votano Lega o dicono di rimpiangere i Borboni, sono legati al nostro Paese, e amano l’Italia come la amo io».

Il Quirinale vuole il video di Benigni nelle scuole

Sanremo, 18 feb. – Il video dell’esegesi della storia dell’unità d’Italia e dell’Inno di Mameli interpretate da Roberto Benigni sul palcoscenico dell’Ariston potrebbe essere diffuso nelle scuole. L’idea, a quanto apprende l’Agi, sarebbe nata nel corso di contatti telefonici tra il Quirinale e l’entourage di Benigni. L’attore, secondo fonti a lui vicine, sarebbe entusiasta dell’idea. A esprimersi a favore del progetto erano stati già stamane sia il presidente della Rai Paolo Garimberti che il conduttore del Festival, Gianni Morandi, auspicando che questo possa essere realizzato al più presto. Ovviamente, nel ‘video-scolastico’ della performance di Benigni andrebbe solo la parte relativa alla storia d’Italia e all’Inno, e non la satira legata ai fatti di cronaca-politica di queste settimane. Il video rientrerebbe in quelle centinaia di iniziative che si svolgeranno nelle scuole per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Morandi: «Roberto Benigni, una lezione da vedere a scuola»

«L’intervento di Benigni al festival lo farei vedere nelle scuole, per far capire ai ragazzi cos’è l’Italia: trasmette l’orgoglio di essere italiani, la nostra straordinaria storia e cultura.
L’italianità è stata rappresentata benissimo ieri sera, con momenti altissimi» così Gianni Morandi alla consueta conferenza stampa all’Ariston all’indomani della serata sui 150 anni dell’unità d’Italia.

Il pezzo di ieri di Roberto Benigni, la sua esegesi sulla storia d’Italia e il suo Inno di Mameli “effettivamente dovrebbe essere portati nelle scuole”. Lo ha detto Paolo Garimberti, presidente della Rai, in conferenza stampa al Roof Ariston, dicendosi d’accordo con quanto aveva sostenuto in proposito Gianni Morandi. Il presidente della Rai ha sottolineato: «quando facevo il chierichetto imparavo a memoria le litanie e le frasi in latino ma senza capirne il senso, come mi è accaduto per l’Inno di Mameli. Alcune cose le ho apprese da poco, con una lettura attenta. E forse un ragionamento andrebbe fatto su come è costruito l’inno d’Italia, che non è quella marcetta che spesso pensiamo sia prima che inizi la partita di calcio della nazionale. Per le scuole sarebbe molto importante».

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