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Roberto Benigni ricorda Enrico Berlinguer

Roberto Benigni ed Eugenio Scalfari per ricordare Enrico Berlinguer insieme alla figlia dello statista scomparso 27 anni fa. La mostra fotografica, allestita nella scuola media Giovanni Verga della capitale, ripercorre la vita, le scelte e le idee di una delle figure chiave della storia politica del nostro paese

Nelle stesse ore in cui Silvio Berlusconi esce di scena, succede che al Quarticciolo, periferia di Roma, dove la vita è difficile e i ristoranti non sono mai pieni, arriva Roberto Benigni, il piede ingessato, due stampelle per camminare. Da star al Parlamento di Bruxelles, mercoledì scorso, a ospite a sorpresa della Giovanni Verga, scuola di borgata. «Mi hanno detto che c’è una mostra su Fanfani…». In realtà, appese alle pareti di aule un po’ sgarrupate, ci sono le foto più belle di Enrico Berlinguer, immagini private e pubbliche, raccolte e organizzate da Alberto Menichelli, autista e amico del segretario del Pci, animatore dell’Associazione culturale «La Farandola». Immagini per ricordare ma anche, come spiega Roberto Mastrantonio, presidente del Municipio VII, per trovare le ragioni di una ripartenza etica. Clima lieve, con una banda musicale di bambini, famiglie con i cani, ragazzini, pensionati. E’ quasi buio, l’attesa è lunga. Dovrebbero arrivare Benigni ed Eugenio Scalfari, in un solo giorno, tutti e due al Quarticciolo, in mezzo a quelle case alte con i panni stesi alle finestre. «Possibile proprio qui da noi?». Abituati a non esistere, a non contare, nel falso mondo dei vincenti. E invece Benigni si materializza zoppicante, scortato da Lucio Presta, suo manager. Per la gioia di questo pubblico, la butta in politica, come a Bruxelles: «Perché sono ridotto così? Perché mi è venuta addosso una persona che ha deciso di fare un passo indietro ». Ridono. Silvio, Silvio… Si sente già orfano: «E adesso come faremo senza?». Davanti all’ingresso della scuola, il saluto con Scalfari. Poi subito dentro, insieme, a guardare quelle immagini in bianco e nero, «dall’infanzia alle scelta politica»: Berlinguer bambino, vestito da Arlecchino, con il fratello Giovanni, nel 1928, Berlinguer a Stintino in vacanza, Berlinguer con Pajetta e Amendola, con Pertini e Cossiga… «Ci deve essere anche una foto con De Mita», dice Scalfari. E Benigni: «Eugenio, guarda che questi qui sono tutti comunisti, di sicuro l’hanno tolta». Bianca Berlinguer e Ugo Sposetti fanno da padroni di casa. La foto con Ciriaco c’è, e c’è anche quella più famosa di tutte: 1982, il segretario del Pci è in braccio all’attore: «Decisi di sollevarlo all’improvviso. Pensai: “Se non ora quando”». Non c’è copione, non è una cerimonia. Scalfari, da «liberale di sinistra», saluta «i compagni e le compagne» riuniti nel ricordo di Berlinguer. «Io non ho mai preso in braccio Enrico. Ma l’ho fatto idealmente». L’intervista del 1981 sulla questione morale sembra scritta ieri. Appoggiarsi ad un passato sano per ricostruire. La periferia sembra cercare questo. Benigni lo declina a modo suo: «Enrico, ti mando un applauso con tutte e due le stampelle. Sei stato un grande uomo. Sei riuscito a creare l’armonia che è molto più della felicità ».

Benigni visita la mostra dedicata a Enrico Berlinguer

ROMA – L’immagine leggendaria di Enrico Berlinguer in braccio a Roberto Benigni la racconta Alberto Menichelli, 82 anni, lo storico autista del segretario del Pci, per ben tre lustri, dal ’69 fino al terribile epilogo, il comizio di Padova dell’84.
«Eravamo a un incontro di giovani del partito, sul palco Benigni, il quale a un certo punto invita Berlinguer, e dopo un po’ lo solleva da terra e lo prende in braccio; scoppiamo subito a ridere per quella cosa completamente improvvisata». La foto è una delle 360 immagini della mostra «Enrico Berlinguer», in corso all’associazione culturale La Farandola, in via P. R. Pirotta, 95, visitabile fino al prossimo 27 novembre.

ARRIVA BENIGNI – La cosa curiosa, e immaginiamo divertente, è che, giovedì 10 novembre, a far visita ad Enrico, raccontato tra momenti di vita famigliare e politica, arriva proprio Roberto Benigni, intorno alle 17,30. In compagnia di Eugenio Scalfari, testimone di quell’intervista, «La Questione morale», una sorta di testamento di Berlinguer. Benigni che farà, cosa si inventerà? «Da lui c’è da aspettarsi di tutto», dice Menichelli, che ricorda quanto simpatia nutrisse lo stesso Berlinguer per il comico toscano; ricambiata, è chiaro, compreso il film “Berlinguer, ti voglio bene!. E qui, Menichelli, sfata una vecchia leggenda sul politico: «Non è vero che fosse troppo serio, anzi rideva e si commuoveva spesso; solo che poi, si sa, le cose vengono raccontate in un’altra maniera: per esempio, Berlinguer non era mica un fumatore incallito».

L’Inferno di Dante quell’ultimo Canto così infinito e attuale – Intervista a Roberto Benigni

(Donatello Bellomo – L’Arena.it) – Non è facile parlare con un tipo che ha dieci lauree honoris causa e tre Oscar sul caminetto. Anche perché non se la tira, sotto sotto è sempre il Mario Cioni nato a Manciano la Misericordia, nella terra tosca che con la creta della mattezza ha saputo fare miracoli, dalla Cupola di Santa Maria del Fiore al «dare» i natali a Dante. Glielo premettiamo, a Roberto Benigni, che domenica prossima, 6 settembre, all’Arena di Verona, quasi giocherà in casa con il suo «TuttoDante.Inferno XXXIII», visto che il Ghibellin Fuggiasco proprio in riva all’Adige ha scritto un bel po’ dell’Inferno e il Paradiso della sua «Commedia».

L’emozione del ritorno?
Fortissima. Sto preparando come non mai il 33° Canto dell’Inferno, un “canto” dell’anima per quel luogo più volte straordinario, visto che anche Cacciaguida vanta sangue scaligero.
Dovessi cercare un aggettivo, direi che l’attesa è “scintillante”. C’è qualcosa di diverso, sotto quel cielo. Sogno un appuntamento annuale, con Verona.

Partiamo dall’ultima parola del Canto: “stelle”.
Siamo nell’Inferno profondo, quello in cui si scontano ma senza remissione i peccati più gravi, dove Dante sonda la nostra natura più buia. Una volta, leggendolo, ho avuto la certezza che Dante mi guardasse dentro… sono stato tentato di telefonargli. No, è semplicemente immenso. Ogni volta mi svuota, mi spacca, mi sbalordisce coglierne l’attualità davanti a quest’odio tra fazioni senza rimozioni né componimento, questa ferocia verbale e non solo. Torno un attimo indietro: Verona. Leggendo “I due gentiluomini di Verona” e “Romeo e Giulietta” di Shakespeare mi sono ritrovato non in una selva oscura ma nella certezza di conoscerla, come se mille volte l’avessi girata a piedi, come se avessi ascoltato la gente parlare.

Non è difficile, signor Benigni. La più grande storia d’amore proprio quella tra Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi, è ambientata “dentro queste mura”. Un legame inscindibile che neppure le fazioni dell’epoca, neanche la morte, riescono a spezzare.
Certo. Invece, nel V Canto, Paolo e Francesca vivono per l’eternità la condanna del peccato, amanti in vita e in morte, avvinghiati l’una all’altro. L’ultimo Canto dell’Inferno è quello dell’incomunicabilità e dell’odio. Il conte Ugolino non sa parlare ai suoi figli; sa che l’odio che li ha condannati è ricaduto sopra di loro per causa sua. “La bocca sollevò dal fiero pasto…”. Cos’altro può eguagliare questo incipit? Nulla. Non è passato remoto, è l’oggi. E c’è ancora chi parla di Medioevo.No, tutto collima, con la puntualità di un cronometro. È il male che, a caduta, avvolge e uccide l’anima.

La musica, sul pentagramma, è anche la battuta “silenziosa”.
Infatti. Dopo l’ultima parola, ogni volta che ne ho proposto la lettura, scende un silenzio perfetto, tangibile, materiale, celestiale, divino. È il verbo del pensiero assoluto che innesca in me un fremito incontrollabile, forse anche pieno di spavento perché sono conscio sempre, di trovarmi, insieme al mio pubblico, al cospetto della bellezza. Dicevo del pensiero: non un pensiero debole, al contrario, un pensiero forte, difficile, quello dell’incanto e del mistero, dell’incognita totale. La parola non trova parole che la descrivano se non questa, “indicibile”, perché non la si può dire.

Cosa avrebbero detto Luigi e Isolina, i suoi genitori, se qualcuno avesse descritto loro il figlio più piccolo, Roberto, che declama Dante?
Di loro, che non ci sono più, trattengo i ricordi, grandi, senza tempo o quotidiani e piccoli. Anche Dante, certo, endecasillabi che uscivano così, dalle loro labbra, come se fosse naturale inserire il sommo poeta nella vita semplice di quei due grandi cuori.

Isolina, sua madre. Pare che non abbia creduto che suo figlio Roberto abbia assistito con Papa Giovanni Paolo II alla proiezione de «La vita è bella».
No che non ci ha creduto. Almeno il Papa…

Pare che dopo questo spettacolo Lei voglia “chiudere” per un po’ con il Sommo Poeta.
Vero. Mi ha accompagnato in giro per il mondo, nella sua universalità. Anche nei Paesi Arabi il miracolo della sua potenza si ricrea. Ma non è facile ed è molto faticoso. Vorrei tornare al cinema, ad una “commedia”, anch’io, in cui trasfondere la gioia che Dante mi ha donato. Non un film sull’Alighieri, non ci penso proprio. Ho il desiderio di rimettermi dietro la macchina da presa ma nessuna idea sul soggetto. Prima o poi mi verrà, basta aspettare.

Dieci anni fa il trionfo all’Academy con «La vita è bella». Tre Oscar: miglior film straniero, miglior attore protagonista, migliore colonna sonora. Ci vuole coraggio a fare un film sull’Olocausto…
L’Olocausto è stato l’industria del male, il capolavoro di Satana. Ho pensato ai bambini, a come potessero capire cos’è successo pochi decenni fa in Europa senza uscirne sconvolti. Mille volte mi è stato chiesto di girare un sequel de «La vita à bella” ma ho sempre rifiutato. È un capitolo chiuso.

Cosa ha pensato quando l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella la propose come senatore a vita?
Mastella, quello che ha fatto cadere il governo Prodi? Ma dove l’hanno spedito? E chi se lo ricorda? Beh, che l’idea fosse venuta proprio a Mastella è strano. Ma questo è un paese strano.

Insomma, non se lo prenderebbe in braccio, Mastella, come invece aveva fatto con l’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer.
Primo: Mastella è grande e grosso e non ce la farei mai. Secondo, Berlinguer era magro magro e simpatico, nonostante fosse un leader estremamente serio.E’ stato un gesto istintivo, quella foto ha fatto il giro del mondo.

E ora chi prenderebbe in braccio dei leader del PD?
Neanche Fassino è magro abbastanza. Magari a Verona prenderò in braccio il sindaco Tosi.

Visto che la proposta della nomina a senatore a vita non l’ha sorpresa più di tanto, quando ha saputo che l’asteroide 21662 ora si chiama «21662 Benigni»?
Una cosa spettacolare. Gira e non la vede nessuno ma c’è…

Ce qu’on sait (ou pas) sur Roberto Benigni

Par Laurence Liban, L’Express, publié le 05/03/2009 11:36

L’artiste et trublion italien poursuit sa tournée triomphale avec Tutto Dante, sa divine comédie à lui. Précisions sur un phénomène.

ON LE SAIT…

Roberto Benigni aime Dante. Elevé au lait de La Divine Comédie, comme tous les Italiens, Roberto a appelé Dante à son secours un jour de grisaille : « C’est un devoir de rigoler avec le pouvoir quand on exerce le métier de comique. Mais, avant l’avènement de Berlusconi, qui nous donne tant d’occasions de rire, je n’avais pas grand-chose à me mettre sous la dent… C’est alors que m’est venue l’idée de Tutto Dante… Pour me désennuyer… »

Il a commencé par le théâtre expérimental, les spectacles de rue et le cabaret. Mais c’est la série télévisée Ondes libres qui l’a rendu célèbre dans les années 1970, grâce à sa chanson des gogues, hymne joyeusement scatologique qui lui a valu sa première censure.

Il aurait pu faire carrière en Amérique. Il y a tourné trois films avec Jim Jarmusch, dont l’inénarrable Night on Earth, en 1991. Il a également joué dans Le Fils de la Panthère rose, de Blake Edwards. « Les Américains m’ont beaucoup donné, mais, par la suite, ils ne m’ont proposé que des rôles d’Italiens ! Seul Steven Spielberg m’a offert autre chose à jouer. Je n’en ai jamais eu le temps, hélas ! Et puis mes racines sont ailleurs. »

Le pape Jean-Paul II a regardé La vie est belle en sa compagnie. « C’était en 1999. Je l’ai rencontré à sa demande. Nous avons parlé du film, des camps de concentration en Pologne et de l’attitude des chrétiens polonais. Il m’a dit l’impact extraordinaire de La vie est belle là-bas. Je l’ai amusé, aussi. Il m’a gardé de 15 heures à 21 heures. Plus que le président des Etats-Unis ! Ce fut une émotion extraordinaire. Je crois en Dieu. De toute façon, si nous ne sommes pas faits par lui, nous sommes faits de lui, non ? »

ON LE SAIT MOINS…

Il pratique l’interview à la hussarde. Tutto Benigni en quinze minutes montre en main, mais quel style ! quel élan ! quelle générosité !

Il a pris dans ses bras le fameux chef du Parti communiste italien Enrico Berlinguer, lors d’une manifestation. « Berlinguer était l’image même de l’austérité et de la morale, explique l’auteur du film Berlinguer, je t’aime. Il représentait notre rêve à tous, et à moi aussi, qui fus élevé dans un petit village où tous étaient communistes par idéal romantique. J’ai embrassé ce mythe vivant pour apporter au PCI un peu d’allégresse. Je l’ai pris comme un petit enfant. Comme on a pris la Bastille. Berlinguer m’en a été reconnaissant toute sa vie. »

Il défend l’amour gay. En février dernier, à San Remo, l’acteur a pris la défense des homosexuels et de l’amour libre, avant de lire la célèbre lettre qu’Oscar Wilde, emprisonné pour homosexualité, écrivit à son jeune amant. « Qu’on polémique à ce sujet, en 2009, me sidère. Le vrai péché, ce n’est pas l’amour entre deux adultes libres, c’est la médiocrité ! »

Il a été interdit de télévision pendant un an pour avoir dit du mal du pape. « En fait, je l’avais traité de “Wojtylaccio”. Dans ma région d’origine, la Toscane, c’est une façon affectueuse de nommer les gens, du genre “Ce garnement de Wojtyla”. Mais, ailleurs en Italie, cela a fait un énorme scandale. J’étais devenu le blasphémateur, l’iconoclaste. Cela ne l’a pas empêché de me traiter comme un fils, à l’occasion de La vie est belle.»

TuttoDante, au Grand Rex, Paris (IIe). Les 6 et 7 mars.

All’Inferno con Benigni – Intervista esclusiva de L’espresso

di Wlodek Goldkorn – 24 dicembre 2008, L’espresso
Gli intercettati e i corrotti. Gli ignavi e i bigotti. Il grande comico toscano racconta i gironi danteschi dell’Italia di oggi. Parla della volgarità e della speranza. E spiega perché Silvio Berlusconi ci fa ridere

Faccio una premessa, anzi un preambolo, bella la parola preambolo, c’ha un bel suono. Sono anni che non faccio un’intervista a ‘L’espresso’, e siccome sono emozionato, propongo di rovesciare le parti. Intervisto io ‘L’espresso’, e chissà cosa mi raconterebbe ‘L’espresso’…

Le raconterebbe l’Italia di oggi, signor Benigni, come fa ogni settimana. Torniamo quindi all’ordine stabilito. Il pretesto per questa intervista è ‘Tutto Dante’, una serie di dvd tratti dallo spettacolo con cui ha riempito le piazze d’Italia. E allora provi a immaginarsi: Dante risorge oggi.
“Dante non risorge perché anche nella tomba è vivissimo. Anzi, per alcuni è già troppo vivo anche da morto”.

E lei lo porta in giro per il mondo.
“Infatti torno dall’estero. Ho fatto uno spettacolo al Palazzo del ghiaccio di Lugano. Tutti con peliccia, sciarpa, berretto. E io con un vestitino estivo. Sembrava l’immagine del lago di Cocito dell’Inferno dantesco. Assomigliavo a uno di quei personaggi della ‘Commedia’ che hanno commesso peccati tremendi: superbia o tradimento, e che per la pena di contrapasso stanno immersi nel ghiaccio, con il viso rivolto in su. E come per la pena di contrapasso, mi sono ammalato. Mi ha impressionato, non solo a Lugano, anche in altre città, l’entusiasmo degli italiani all’estero. Partivo dicendo: ‘In Italia ho un vantaggio: appena dico il nome di Berlusconi, tutti ridono’. Ma già a metà del nome, ecco che a Lugano o in Germania partiva un fragoroso applauso e una risata”.

È una maschera della commedia dell’arte, Silvio Berlusconi?
“Di più. Non è una maschera, è la maschera. È spettacolare. Esonda, come si usa ora dire del Tevere. È piovuto troppo Berlusconi nel mondo, e ora sta esondando. Basta dire: ‘Berl’, e scoppia una incontenibile risata. Io, poveretto dico: ‘Perché Dio’, e niente. Dico invece ‘Berlusconi’, ed ecco che va giù la sala. Perché Berlusconi promette. È un nome che promette di divertirci. Con lui tutto finisce in una gran risata. Ho visto che all’estero ridono di più che in Italia. Le cose che arrivano indirettamente sono più belle. Berlusconi gioca di rinterzo”.

Parliamo della sua comicità. Lei non porta maschera. Si presenta con la sua nuda faccia. In ‘La vita è bella’, il film che le è valso l’Oscar, lei è Benigni, non un ebreo. E il lager non è Auschwitz…
“Per ogni comico lo stile è il suo corpo, e il modo con cui si muove, il suo sguardo. Per esempio, questa scemenza che ho appena detto, se mi si potesse vedere, sarebbe un po’ più bella”.

L’Italia piace al mondo?
“Così come il nostro imperialismo militare del Ventennio è stato il più goffo e ridicolo del mondo, il nostro imperialismo culturale è stato il più lucente di tutti i tempi, e ancora brilla. Nel mondo occidentale tutto ciò che è moderno è stato inventato dagli italiani. Dai bottoni all’architettura, dal bacio alla finanza, dai pantaloni alla musica. Gli ordini angelici e il purgatorio: tutta roba italiana”.

Lei ama sottolineare le sue radici…
“Contadine. I miei genitori erano parte della terra, la amavano e la lavoravano. Erano due zolle. E io ne vado orgoglioso”.

I ricchi considerano i poveri volgari.
“È questa una considerazione volgare. Cristo ha dato un nome ai poveri: il suo”.

È in grado di definire la volgarità?
“Volgarità è andare a toccare e stuzzicare le nostre parti più basse per ottenere un facile consenso, un immediato guadagno, un’indebita popolarità. A volte si cede. Basta un momento di debolezza. Chissà se anch’io non ci sono caduto qualche volta”.

La tv è volgare?
“A volte le cose sono così plateali che spero che si arrivi all’assuefazione”.

Naturalmente non fa i nomi…
“Farli sarebbe volgare davvero”.

E allora torniamo al sublime. Dante parla di corpi, di escrementi, di sangue. Oggi è possibile farlo con altrettanta eleganza?
“Dante sente odori, umori, inciampa nei corpi. Usa parole come merda o puttana, perché è convinto che tutto è degno di essere salvato. La poesia può essere fatta con qualsiasi parola. La poesia è corpo, ritmo, finzione, passione. Ogni parola nella ‘Commedia’ corrisponde a un’emozione. Ed è una lezione di libertà”.

Perché?
“Quando siamo in preda alle passioni, siamo liberi, perché nessuno ci può controllare. Dante muore nel primo cerchio perché altrimenti sarebbe rimasto lì, tra i lussoriosi, i due avvinghiati per l’eternità. L’inferno si ferma davanti alle passioni, omaggia l’amore terrestre”.

Cosa è successo allora alla lingua italiana? A sentire le intercettazioni ci sono poche passioni e molta volgarità. Nel suo spettacolo c’è un pezzo molto applaudito…
“‘Aho, Qui ce ne sono due che vonno fare la televisione, ma non sanno fare un cazzo. Che je fammo fa’? Ma so’ bone? Ammazza: una sorca, una fregna. Allora io mi scopo la sorca tu ti scopi la fregna. Je fammo fare un reality, Un due tre sorca, l’Isola della fregna’. Questo dialogo è un capolavoro, un vero girone infernale degli intercettati. Neanche Dante saprebbe scrivere un dialogo così”.

Berlusconi in quale girone lo metterebbe?
“Un girone ad personam. Fatto con una legge solo per lui. Confesso, tempo fa volevo fare uno spettacolo in cui Dante mi avrebbe guidato all’inferno. A pensarci bene, a Berlusconi potrei fargli fare il giro di tutti quanti: dei lussuriosi, dei barattieri, dei simoniaci, dei bugiardoni, dei bischeroni. Sta bene dappertutto. È un protagonista”.

Perché non ha fatto quello spettacolo?
“Perché sarebbe cabaret. Preferisco la ‘Commedia’”.

Nel girone degli ignavi chi metterebbe?
“Quel girone sarebbe pieno. L’ignavia è il più grave dei peccati. Gli ignavi sono rifiutati perfino dal demonio. Satana non li vuole perché i dannati, gli assassini direbbero ‘io sono meglio di loro’. Quando vediamo gli orrori alla tv, il vero orrore è la nostra indolenza”.

Molti politici italiani peccano di ignavia. Anche quelli di sinistra.
“Certo. Ignavi sono anche coloro che salgono sul carro del vincitore, quelli che aspettano di agire per vedere come vanno le cose. Essere ignavi vuole dire vivere senza Dio, perché una volta scelta la strada dell’ignavia, il Dio che è dentro ciascuno di noi non ci guarderà mai più negli occhi. La pena del contrapasso per gli ignavi non a caso è seguire nudi un vessillo stracciato ed essere pungolati dalla mosche. Perché nella vita, loro non sono stati pungolati da niente. Non hanno vissuto”.

Lei spesso dissacra il potere.
“Una volta era facile. Oggi s’è dissacrato da solo. Un comico serio deve proteggere i cittadini da chi li governa. È il suo lavoro”.

E quando prese Enrico Berlinguer in braccio?
“Volevo sentire il suo corpo. L’ho visto fragile. Volevo far vedere la sua leggerezza in una maniera fisica. Eravamo abituati che il segretario del Partito comunista fosse un padre. Io l’ho voluto ricondurre alla condizione di un bambino”.

Oggi i capi dei partiti come sono?
“È cambiato tutto. Si è persa una parte, ma si è guadagnato da un’altra. Le nuove generazioni sono meglio. I giovani sono più belli, più colti, più sensibili”.

In giro si sente nostalgia di Berlinguer.
“Quando pensiamo al passato, cancelliamo le parti brutte e teniamo in mente solo quelle belle. Ma è un errore. Bisogna guardare in avanti. Dobbiamo vedere il bello di fronte a noi. Altrimenti che vita sarebbe?”.

Walter Veltroni è meglio di Berlinguer?
“Berlinguer andava bene. Adesso c’è Veltroni e va bene Veltroni. Non si può mica rifare Berlinguer. E come se io volessi rifare Chaplin”.

Perché in Italia spesso i comici fanno i politici e i politici i comici?
“Qui entriamo nella distinzione tra comicità e satira. La satira è mirata. È ad personam. Io preferisco la comicità che parla a tutti e prende di mira tutti”.

Lei soffre per lo stato della libertà in Italia?
“Possiamo dire tutto. Io posso dire che Berlusconi fa schifo. Poi magari mi mettono in galera e chiudono ‘L’espresso’. Però l’abbiamo detto. Ma io non l’ho detto. È ‘L’espresso’ che lo ha scritto. Sono stato frainteso”.

Visto che siamo liberi. Cosa le viene in mente quando sente la parola Brunetta?
“Mi fa schiantare dal ridere. Quando lo vedo in tv, mi viene la voglia di entrarci dentro e mettermi accanto. È una maschera, per come esprime i concetti, non per l’aspetto fisico. È un testo teatrale”.

Mariastella Gelmini?
“È impegnata in una lotta impari. Le facce dei ragazzi sono sacre. Non si può non stare coi ragazzi. Diceva Mark Twain: ‘Non ho mai permesso alla scuola di interferire con la mia istruzione’”.

Giulio Tremonti?
“Un’immagine, nitida. Non uno da mandare all’inferno”.

Lei dice che Dante scrive perché Dio esista e non perché Dio esiste. Il poeta crea il mondo?
“Sì. E la ‘Commedia’ è il poema dell’incredibile, è audace e moderna. C’è dentro il bipolarismo, il trasformismo. Ah, che bella pena sarebbe quella dei trasformisti, Dante cambierebbe in continuazione quel che appare loro davanti. E quanto sarebbe pieno il girone dei corruttori. Ma niente nomi. Dante l’hanno mandato in esilio perché odiava i trasformisti e gli stolti. Poteva dare un bacio a un lebbroso, non avrebbe mai stretto la mano a un imbecille”.

Ci sarebbe il girone dei bigotti?
“Sì. Di coloro che prostituiscono il sacro”.

A chi stringerebe Dante la mano a Montecitorio?
“Il parlamento racchiude il 10 per cento del peggio, l’80 per cento di mediocrità. E il 10 per cento del meglio. A quel 10 per cento stringerebbe la mano”.

Ultima domanda. Lei va in giro con la ‘Commedia’ in tutta l’Europa, in America, nei Paesi arabi. Perché Dante è così universale?
“Perché si è occupato di quella cosa di cui non si occupa più nessuno: la vita, il mistero, il perché siamo qua. I fatti del mondo non sono la fine della questione. Oggi è tutto desacralizzato, ma appena entro nell’aldilà si sente una nostalgia, una rimembranza profonda, di un paradiso terrestre. Noi viviamo la notte di Giacobbe perenne. Lottiamo con Dio, e come Giacobbe ne usciamo feriti, toccati. Non si può sfuggire alla ‘Commedia’ come non si può sfuggire alla propria coscienza. È come chinarsi sull’abisso. E quando guardi l’abisso l’abisso guarda te”.


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*Benigni ‘casts’ Berlusconi in Dante’s Inferno : …”Last year Dante Alighieri scholars were impressed by his unorthodox approach to the masterpiece, praising the Tuscan comic’s grasp of the symbolism and references in the chosen sections of the Divine Comedy, which is the most lauded work of Italian literature.

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