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BENIGNI A TUTTO DANTE

di Stefano Giovanardi, Repubblica — 27 dicembre 2008

Non era poi così raro, fino agli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, trovare delle persone, in genere anziane e anche di cultura medio-bassa, che ti recitavano a memoria interi canti della Divina Commedia. Lo facevano magari per dimostrare la freschezza dei loro neuroni, o per sfoggio, o per istrionismo, o per chissà quant’ altro. Fatto sta, però, che quell’ostico Dante avevano imparato, e non qualche più semplice sonetto di Petrarca, o qualche ottava di Ariosto. Poi questi improvvisati cantori sono stati spazzati via dall’imperio televisivo abbattutosi sulle famiglie, che non solo li ha privati del loro pubblico naturale, ma ha anche ridotto loro stessi a pubblico, confidente e dimentico. Ma per la classica astuzia della storia quella medesima televisione, grazie ai picchi d’ascolto conseguiti dalle particolarissime “lezioni” di Roberto Benigni, ha ora rilanciato e anzi esaltato la popolarità della Commedia. Perché tanto interesse, ancora a sette secoli di distanza? C’ è una risposta facile: classico per antonomasia della letteratura italiana, fondamento ineludibile della lingua italiana, letto e commentato nelle scuole almeno a partire dall’ Unità d’ Italia, fonte e sostentamento, conscio o inconscio, di gran parte dei poeti (ma anche narratori) successivi, la Commedia è entrata in qualche modo nel Dna degli italiani, quasi come il linguaggio che si apprende a parlare dopo le prime lallazioni. Ma è, appunto, una risposta facile, perché tutti i motivi appena elencati avrebbero potuto portare a una sterile monumentalizzazione, a una fruizione obbligata e noiosa della quale liberarsi appena possibile. E invece no: i nostri nonni quel monumento lo mandavano a memoria, e il nostro comico nazionale, non a caso legatissimo alle radici popolari della sua Toscana, ne ha fatto un cavallo di battaglia. La risposta, quindi, deve essere un po’ più complessa. Allora, d’accordo: Dante è un genio inarrivabile, il fondatore di un sistema linguistico e letterario dal quale ancora oggi dipendiamo e da cui, probabilmente, dipenderemo sempre. Ma Dante è anche un genio che non ha paura di sporcarsi le mani. Parlando dell’ Aldilà, lui ci ha dato il poema totale della Vita, col suo sublime e il suo infimo, i suoi slanci meravigliosi e le sue volgarissime lordure. E quel poema lo ha incarnato in una lingua in fondo appena nata, alla quale lui stesso ha conferito tutti i tratti necessari perché divenisse l’ italiano, una lingua perfettamente fungibile per ogni esigenza espressiva (per intenderci: da «infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso», a «ed elli avea del cul fatto trombetta», a «Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi»), senza alcuna censura o gerarchia. Un poema, in altri termini, in cui l’altissima catarsi del mito si accompagna costantemente alla registrazione della vita quotidiana, con l’ effetto straordinario di riverberare l’una dimensione sull’ altra, umanizzando la nobiltà e nobilitando l’umanità. La Divina Commedia è insomma, fin nelle sue più intime fibre, uno “scandalo”. Ma era stato Gesù Cristo il primo a dire che occorre che gli scandali avvengano. E Dante Alighieri, milletrecento anni dopo, gli ha obbedito. Forse per questo qualsiasi lettore, a qualunque epoca o rango culturale appartenesse, ci ha sempre trovato qualcosa di suo, qualcosa comunque in grado di rispondere alle sue domande, massime o minime che fossero. E per questo l’ interesse non è mai morto: perché la Commedia ci rivela senza ambagi l’incomprimibile complessità della vita, e in fondo ci rassicura sui nostri piccoli, innocui “scandali” privati. Ma non sempre questa carica di vita così totale e lampante e impietosa è stata apprezzata dalla «cultura ufficiale». Dopo l’ entusiasmo dei contemporanei, protrattosi per tutto il XIV secolo e culminato nella lettura ufficiale di cui nel 1373 Giovanni Boccaccio fu incaricato dal Comune di Firenze, la lanx satura offerta dal poema cominciò a risultare indigesta per i classicisti quattro-cinquecenteschi, intenti a un culto dell’ antico che conduceva inevitabilmente a scavare un solco piuttosto profondo fra arte e vita. E se proprio si voleva guardare più vicino, c’ era lì pronto Francesco Petrarca, che quel culto aveva condiviso, e che con i suoi Rerum vulgarium fragmenta aveva fornito il modello perfetto di un inscalfibile sublime, inscalfibile soprattutto dalla vita vera. Tuttavia, malgrado il petrarchismo imperante, nel Cinquecento, dopo quello tardoquattrocentesco di Cristoforo Landino, si registrano ancora importanti commenti alla Commedia, da Alessandro Vellutello a Benedetto Varchi, da Ludovico Castelvetro a Vincenzo Maria Borghini. E invece in età barocca che la stella di Dante sembra definitivamente tramontare, misconosciuta dalle dominanti poetiche dell’ artificio, della finzione e della dissimulazione. Ma è un’eclissi che prepara il trionfo decretato dal romanticismo europeo, col riconoscimento di una supremazia internazionale che non verrà meno mai più. Tutto questo, comunque, conta poco: ha semmai a che fare con l’ istituzionalizzazione di un poeta, sancita dal moltiplicarsi delle cattedre di filologia dantesca e dal fiorire di società dantesche ad esempio in Germania, o in Inghilterra, o negli Stati Uniti. Ma il vero miracolo di Dante è la sua eterna capacità di farsi ascoltare da tutti, riproponendo tutto intero a chiunque gli si accosti il meraviglioso “scandalo” del suo poema. Non a caso diceva Eliot che la sua «è la più esauriente presentazione di sentimenti che sia mai stata fatta».

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