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Le più belle battute di Roberto Benigni a Firenze

Il Fatto seleziona e pubblica qualcuna delle battute di Roberto Benigni nello prima serata di TuttoDante (20 luglio 2012, Firenze):

Oggi mi ha chiamato Monti. L’ho riconosciuto subito, era una chiamata a carico del destinatario.

Stasera sono emozionato perché leggere Dante con la statua di Dante alle spalle è come fare la dichiarazioni dei redditi con Monti alle spalle.

Se la Minetti si dimette davvero, è la prima volta che qualcuno rispetta un ordine di Alfano. Ora che Berlusconi si è ripresentato, quelli del Pd hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché senza Berlusconi avrebbero corso il rischio anche di vincere.

Grillo ha presentato come legge elettorale il doppio vaffanculo alla francese. Ma non posso parlare male di un collega, anzi con lui sarei Ministro degli Esteri.

Berlusconi è un po’ come Dante. Entrambi ci hanno fatto vedere l’Inferno. Tutti e due hanno avuto Fede. Dante è stato perseguitato e per 20 anni è stato in esilio, Berlusconi è stato perseguitato e per 20 anni è stato in Parlamento. Dante potrebbe essere messo nella Bibbia, Berlusconi potrebbe essere messo a Rebibbia. Dante ha messo le donne nei piani alti dell’Empireo, a Berlusconi piaceva una donna e l’ha messa ai piani alti del Pirellone.

VIDEO: Roberto Benigni Cittadino Onorario di Firenze

Video: intervento di Roberto Benigni al Quirinale

Dizionario di un paese che mi fa commuovere

Se lei presidente ha bisogno di me, sostituire un corazziere, fare un settennato tecnico, sono a disposizione…

Grazie, buon giorno signor presidente, Donna Clio, presidenti delle Camere, autorità tutte, sono lieto di essere qua. (…) Volevo venire a cavallo ma non mi è stato permesso come a Sanremo, sarebbe stata un’entrata straordinaria in questo che è il palazzo più bello del mondo, il Quirinale.

Se lei presidente ha bisogno di me, sostituire un corazziere, fare un settennato tecnico, sono a disposizione. (…) Il presidente Amato mi ha chiamato per dirmi: «Potresti venire a leggere delle cose al Quirinale dall’Unità d’Italia alla Liberazione?». Ho detto sì! Quante ore ho? È una patria meravigliosa, piena di eroi. Vado a ricordare i fratelli Bandiera, Ciro Menotti, Enrico Toti che lancia la stampella contro gli austriaci, che allora i nemici si potevano vedere. Oggi il nemico non si vede, è impalpabile, non si può lanciare una stampella contro lo spread. Allora io ho cominciato proprio dall’inizio e vi leggerò la proclamazione del Regno d’Italia sulla Gazzetta Ufficiale numero 3: (…) «Vittorio Emanuele II re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme ecc., il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato. Articolo unico: il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia». (…) Torino, addì 17 marzo 1861. Vittorio Emanuele, Cavour, Minghetti, Cassini, Sveggezzi, Fanti, Mamiani, Corsi e Peruzzi». Voi non ci crederete, ma c’era anche la pubblicità nella stessa Gazzetta Ufficiale : «Enrico Orfei, viale Santa Barbera 11, possiede un segreto per far nascere i capelli anche dopo dieci anni di mancanza dei medesimi». I problemi son sempre gli stessi. Anche questo fa parte della storia.

Dunque, i nostri tre padri: Cavour, Mazzini, Garibaldi. In quel periodo eravamo i primi nel mondo, il Risorgimento italiano ha fatto liberare tutta l’Europa oppressa, una cosa straordinaria. Cavour è stato il più grande statista del suo secolo, come ricorderete: «Libera chiesa in libero Stato». Era detto «il grande tessitore», poi a seconda delle contingenze storiche si passa dai grandi tessitori ai grandi tassatori, ma questo è un altro discorso. Cavour scrive alla contessa di Circourt: «Non ho alcuna fiducia nelle dittature e soprattutto nelle dittature civili. Io non mi sono mai sentito debole, se non quando le Camere erano chiuse. D’altra parte non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita: sono figlio della libertà. È ad essa che debbo tutto quel che sono. (…) Io scelgo la via parlamentare, è la più lunga ma è la via più sicura». Camillo Cavour.

Adesso vi leggo un brevissimo estratto di Giuseppe Mazzini. (…) dai Doveri dell’uomo : (…): «Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal voto nello sviluppo della vita nazionale, finché uno solo vegeta ineducato tra gli educati, finché uno solo capace e voglioso di lavoro langue per mancanza di lavoro nella miseria, voi non avrete la patria come dovreste averla». (…) Giuseppe Mazzini. (…) «Imagine all the people, you can say…», Garibaldi l’ha detto molto tempo prima di John Lennon. Scrive Garibaldi nel 1860: «(…) Per esempio supponiamo che l’Europa formasse un solo stato – siamo nel 1860 – chi mai penserebbe di disturbarla in casa sua? E in tale supposizione non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati ai bisogni e alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizi di sterminio, sarebbero convertiti a vantaggio del popolo». (…) Giuseppe Garibaldi.

Siamo stati i primi anche a configurare l’Europa come entità politica. Pio II scrisse il De Europa . È la prima volta che la parola Europa viene trovata scritta, politicamente. Pio II, papa Enea Piccolomini del famoso detto: «Quando ero Enea nessun mi conosceva, ora che son Pio tutti mi chiaman Zio». C’era il problema di unire l’Europa per proteggersi dal pericolo turco e adesso il problema dell’Europa è annettere o no la Turchia all’Europa. I problemi davvero sono sempre gli stessi.
La Prima guerra mondiale. C’erano scritti di Emilio Lussu, meravigliosi, Rigoni Stern, Gadda, Ungaretti. Ho scelto una poesia terribile, lancinante, sulla Prima guerra mondiale: si chiama «Voce di vedetta morta», è di Clemente Rebora: ha combattuto nel Carso, fu ferito gravemente. «C’è un corpo in poltiglia / Con crespe di faccia, affiorante / Sul lezzo dell’aria sbranata. / Frode la terra. / Forsennato non piango: / Affar di chi può, e del fango. / Però se ritorni / Tu uomo, di guerra / A chi ignora non dire; / Non dire la cosa, ove l’uomo / E la vita s’intendono ancora. / Ma afferra la donna / Una notte, dopo un gorgo di baci, / Se tornare potrai; / Sòffiale che nulla del mondo / Redimerà ciò ch’è perso / Di noi, i putrefatti di qui; / Stringile il cuore a strozzarla: / E se t’ama, lo capirai nella vita / Più tardi, o giammai».

Nel 1921 abbiamo l’idea straordinaria del colonnello Douhet, che il Parlamento ha votato all’unanimità, di tumulare la salma di un giovane soldato sconosciuto con una cerimonia straordinaria. (…) Ad Aquileia: la signora Maria Bergamas gettò un velo nero che casualmente andò su una bara. Lei era la mamma di un soldato che non si ritrovava e abbiamo fatto il monumento al Milite ignoto, che in origine lo sapete era il Vittoriano, il monumento a Vittorio Emanuele. Ma un soldato ignoto è diventato più grande di un re. Circa 10 anni dopo, l’articolo 18 del Regio decreto del 28 agosto 1931 stabiliva un giuramento di fedeltà al regime fascista per i professori universitari.

Su 1250 professori universitari 14 rifiutarono il giuramento: Ernesto Buonaiuti, Giuseppe Antonio Borgese, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Errico Presutti, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra. E ci sono altre tre persone che lasciarono volontariamente l’università nel ’25-26 alle prime avvisaglie di ciò che sarebbe avvenuto nel 1931: Silvio Trentini, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel 1938 c’è la pagina non dico nera, ma ridicola della nostra storia. Sono le leggi razziali (…). Se ne può parlare solo in maniera grottesca e ridicola, come ha fatto questo popolarissimo poeta romano. Si chiama Trilussa e l’ha scritta nel 1938: «C’avevo un gatto e lo chiamavo Ajò / ma dato ch’era un nome un po’ giudìo / agnedi da un prefetto amico mio / pe’ domannaje se potevo o no: / volevo sta’ tranquillo, tantoppiù / ch’ero disposto de chiamallo Ajù. / «Bisognerà studià», disse er prefetto / «la vera provenienza de la madre» / Dico: la madre è un’angora, ma er padre / era soriano e bazzicava er ghetto / er gatto mio, però, sarebbe nato / tre mesi doppo a casa der Curato. / «Se veramente ciai ‘ste prove in mano – me rispose er prefetto – / se fa presto». E detto questo / firmò ‘na carta e me lo fece ariano. / «Però – me disse – pe’ tranquillità / è forse mejo che lo chiami Ajà».

Siamo alla Seconda guerra mondiale, una tragedia con milioni di morti. Ma quanti morti ci sono stati perché noi oggi potessimo essere qui: è una cosa commovente. Vi leggo alcuni estratti dalle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Sono ragazzi di 18/20 anni: il primo è un elettricista e dice a un amico: «I giudici erano tutti assassini e delinquenti. Chiesero la mia condanna a morte con il sorriso sulle labbra e hanno pronunciato la mia condanna a morte ridendo sguaiatamente come se avessero assistito a una rappresentazione comica. Ti scrivo queste parole 10 ore prima di essere fucilato. Muoio contento di aver servito la causa della libertà fino all’ultimo, addio. Giovanni».

Questo è Domenico Cane, 29 anni, artigiano: «Mamma fra un’ora non sarò più in questo mondo. L’ultimo mio anelito sarà per te, nel tuo nome di mamma vi è tutta la mia vita. Sono sereno e innocente. Del motivo che muoio vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha tremato e che è morto per la libertà e ora perdono a tutti, ciao mamma, papà, Stefano, Alberto, ciao a tutti, tutto è pronto sono sereno. Addio mamma, mamma, mamma, mamma» (e qui Benigni si commuove, ndr).
C’è voluta questa morte e tutto questo amore perché potessero essere scritte queste parole. Articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Articolo 2, 3, 4, 5, 6… 136, 137, 138, 139. La presente Costituzione è promulgata dal capo provvisorio dello Stato entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dell’Assemblea costituente ed entra in vigore il 1° gennaio 1948. Roma, addì 27 dicembre 1947, il capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Controfirmano il presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini, il presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi, visto il Guardasigilli Giuseppe Grassi.
Grazie, viva l’Italia.

Roberto Benigni
Il Corriere della Sera, 18 marzo 2012

Roberto Benigni: al Quirinale sarei venuto a cavallo

«Che bello il Quirinale, sarei venuto anche a cavallo, non me l’hanno permesso, non c’era nemmeno lo spazio. Ma sarei venuto comunque, presidente sono a disposizione, se ha bisogno di me anche per un settennato tecnico!». Completo grigio, Roberto Benigni apre così il suo
intervento al Quirinale. « Domani finisce il 150 e si ricomincia tutto come prima, granducato di Mantova eccetera».

Garibaldi? Ha anticipato Imagine di Lennon
Scherza. Garibaldi? «Imagine di John Lennon l’ha anticipata lui!». Entusiasmo travolgente, Roberto Benigni trasforma in uno show a tratti commovente il suo intervento al Quirinale per la cerimonia conclusiva dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Parte da due testi risorgimentali, il Giuramento
della Giovine Italia di Mazzini e il memorandum di Garibaldi alle Potenze d’Europa, per fare poi una carrellata che, attraversa tutta la storia unitaria fino alla firma dei costituenti per la costituzione italiana nel 1947. Ricorda che Garibaldi ha anticipato anche l’idea di Europa, legge brani tremendi dal fronte della prima guerra mondiale, recita stentoreo tutti i nomi dei professori che nell’Italia di Mussolini rifiutarono di aderire al fascismo.

Leggi razziali: una pagina così nera da essere ridicola
Sulle leggi razziali si ferma, «è una pagina così nera da essere ridicola», dice. E per ricordarla ricorre a un esilarante, amarissima, poesia di Trilussa , protagonista un gatto in odore di ebraismo. Quindi arriva alla II guerra mondiale, legge commosso alcune lettere di condannati a morte della resistenza. L’ultima è di un ragazzo di 29 anni che scrive alla mamma ‘il tuo bambino muore senza paurà. « Ci sono bambini che hanno donato la vita per noi- conclude Benigni commosso- c’è voluta tutta questa morte e questo orrore perchè si potesse arrivare a scrivere queste parole», ovvero la Costituzione italiana. E proprio leggendo il primo articolo della Costituzione e poi le firme di coloro che la promulgarono
Benigni conclude. Non prima di aver lanciato un entusiastico “Viva l’Italia”.

Napolitano: grazie a Benigni
«Grazie a Benigni, anche se è difficile parlare grigiamente dopo di te» . Il presidente della repubblica Napolitano si rivolge così al comico toscano che ha appena terminato il suo intervento prima di cominciare il suo discorso nella cerimonia al Quirinale per la conclusione delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. (ilsole24ore.com)

Benigni, Italia, Lavoro, 150 Anni Di Unità E Un Cavallo (Francesco Menichella per GQ.com)

Roberto Benigni si propone per un settennato tecnico e sale al Quirinale per la chiusura dei festeggiamenti dei 150 anni di unità d’Italia.

Il comico si sarebbe voluto presentare a cavallo, animale che gli portò fortuna al cinema nell’oscar conquistato con La Vita è bella, e poi nell’edizione 2011 del Festival di Sanremo dove fece un’accorata rilettura dell’Inno di Mameli. Il comico questa volta ha fatto una breve lezione sulla storia d’Italia da Giuseppe Mazzini a Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour.

Le sue parole trasformano una cerimonia celebrativa in una forte scossa di sentimenti. La voce, le pause, l’inflessione e tutto il suo corpo ci trascinano nella sfera affettiva che lega ogni essere umano alla politica e al bene comune. C’è chi per l’Unità d’Italia e poi durante la resistenza ha sacrificato la propria vita.
La muscolatura facciale di Benigni trema leggendo una di queste lettere e noi insieme. Qualcuno di grande, di eccezionale coraggio e altruismo è esistito. In fondo è per quelli come lui che la parola Italia ha un senso. Uomini e donne che hanno saputo morire per la libertà, la democrazia e il lavoro. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro,” sottolinea Roberto.

Tutte le loro lettere meriterebbero di essere lette con l’amore e la forza del momento in cui sono state scritte e lette per la prima volta. Quanta intensità e lacrime ci vogliono per rileggerle a distanza di decenni senza togliere a loro la verità che contengono. Sono pure, forti, schiette come la natura. Sono il cavallo invisibile su cui si è presentato il comico per condurci via.

150° Unità: Cerimonia al Quirinale con Roberto Benigni – In diretta su Rai1 dalle 10.55

Oggi 17 marzo si concludono ufficialmente i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia ad un anno dalle celebrazioni che verranno riassunte in un incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che realizzerà un intervento sul ”Bilancio e significato delle celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia” in una cerimonia che verrà trasmessa in diretta su Rai Uno a partire dalle 11 di stamattina

A un anno dall’avvio delle celebrazioni, sabato 17 marzo al Quirinale avrà luogo un incontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su ”Bilancio e significato delle celebrazioni per il 150* Anniversario dell’Unita’ d’Italia”. La cerimonia è coordinata da Giuliano Amato: ospite d’eccezione Roberto Benigni con il ”racconto” di alcuni brani significativi tratti dalla letteratura risorgimentale e patriottica.

L’appuntamento sara’ aperto dall’esecuzione dell’inno di Mameli da parte del Coro multietnico dell’Istituto comprensivo Manin di Roma. Quindi, sara’ proiettato un filmato realizzato dalla struttura ”Rai per i 150 anni” che ripercorrera’ i momenti significativi delle celebrazioni.

Interverranno, poi, il Ministro dell’Istruzione, dell’Universita’ e della Ricerca, Francesco Profumo, sulle iniziative promosse su tutto il territorio nazionale nelle scuole di ogni ordine e grado; il Sindaco di Reggio Emilia e Presidente dell’Anci, Graziano Delrio, illustrera’ il ruolo che le amministrazioni locali hanno svolto fin dall’inizio delle celebrazioni nel promuovere una autentica e forte partecipazione popolare; il professor Giuseppe Galasso ripercorrera’ l’intensa attivita’ di ricerca storiografica sulle vicende che hanno segnato l’evoluzione dello Stato italiano; il giornalista Aldo Cazzullo dara’ conto delle iniziative giornalistiche – editoriali che hanno fatto riscoprire i valori e i simboli del centocinquantenario; la scrittrice Dacia Maraini richiamera’ il ruolo della cultura nel processo unitario.

Nel corso della cerimonia verranno consegnate medaglie del 150* alle scuole, agli istituti scolastici e di ricerca e alle Universita’ che si sono distinte per i loro progetti didattici, quale riconoscimento al contributo del sistema dell’educazione italiano alle celebrazioni del 150esimo.

Altri riconoscimenti, simbolicamente rivolti a tutte le realta’ italiane, andranno ai Comuni di Reggio Emilia, Torino, Firenze, Roma, Genova, Marsala, Forli’, Bergamo, Rionero in Vulture e Pontelandolfo, non solo per il loro impegno nell’ambito delle celebrazioni ma anche per le ragioni che rendono la loro storia o le vicende che in essi furono vissute parti preminenti ed essenziali del processo di formazione dell’unita’ italiana.

VIDEO: Laurea Honoris Causa a Benigni a Cosenza

Roberto Benigni Dottore all’Unical: «Studenti, fate la vostra rivoluzione»

”I poeti inventano i sentimenti. La poesia è un dono”. Roberto Benigni ha ricevuto dalla Universita’ della Calabria la laurea honoris causa in filologia ed ha inaugurato il 40/mo anno accademico. Nella sua sua lectio magistralis ha parlato dei filosofi di questa terra come Telesio e Campanella, ma anche di Berlusconi, Bossi e Di Pietro. ”La filologia – ha detto – serve per rendere chiari i testi del passato che sono oscuri. Tra molti anni tradurra’ Bossi e di Di Pietro”.

(Corriere della Calabria) – Benigni non ha deluso le attese. Ha volato alto, come di consueto, abbracciando tutta la platea e piazzando qua e là qualche battuta al fulmicotone. La migliore del campionario l’ha riservata a Silvio Berlusconi, anche lui laureato ad honorem dell’Unical nel 1991: «Mi hanno detto che, dopo quella cerimonia, le agenzie di rating hanno tolto le tre “A” ad Arcavacata, che è diventata Arcavct». E, ancora sui laureati eccellenti dell’accademica calabrese: «Adesso manca solo Jugale, il mio personaggio calabrese preferito». Come Benigni sappia di Jugale è un mistero che si svela in pochi secondi: «Lucio Presta (il suo agente, ndr) mi riempie la testa di cose calabresi quando siamo in giro. Anche se è la mia prima laurea in Calabria (ne ha collezionate altre sei in giro per l’Italia, ndr) conosco bene questa regione e la amo. Infatti sto cercando casa ad Aria di Lupi».
Non resta che un omaggio culinario per completare l’opera: «Mi hanno tenuto dalle 5 alle 8 del mattino per sostenere trenta esami, perché qui non si regala niente a nessuno. Poi, per mantenermi in piedi, mi hanno nutrito con scaliddre, turdiddri e cuddririeddri». La pronuncia è (comprensibilmente) quella che è, ma in sala si ride. Il neolaureato ringrazia, dispensa sorrisi e sprona tutti allo studio della Filologia moderna: «Rende chiari i testi oscuri. Tra qualche anno si studieranno le parole di Di Pietro e Bossi». Com’è inevitabile che sia, il suo è un intervento giocato tutto sulla forza delle parole («le parole sono azioni e sono le parole a rendere possibili i sommovimenti») e della cultura. Al «con la cultura non si mangia» dell’ex ministro Tremonti, Benigni risponde con un «si mangia solo con la cultura, perché è con le parole che i popoli sono cresciuti. Prima di Cristo non esistevano l’amore e la carità. I poeti – e Cristo è stato il più grande poeta della Storia – inventano i sentimenti e li catalogano». Le parole sono rivoluzione e «voi, studenti, fate ognuno la vostra rivoluzione» (in verità di studenti in aula ce ne sono pochi). Il genio scopre non solo i pianeti e le leggi della natura, ma anche sentimenti a cui non si sa ancora dare un nome: «Dante lo fa 98 volte nella Commedia. E io vorrei vivere mille anni per sapere quanti sentimenti abbiamo».
Vola altissimo, Benigni. E racconta, a una platea quasi tutta calabrese, una Calabria semisconosciuta, che «è stata importantissima per tutta la cultura europea». Parte dal tredicesimo secolo e parla di Barlaam di Seminara e Leonzio Pilato, che, «dopo anni di studio nei monasteri , furono maestri di ellenismo per Petrarca e Boccaccio. La Calabria è un esempio di come si possa costruire cultura da soli, studiando dalla mattina alla sera. Leonzio Pilato tradusse Omero e Telesio influenzò tutto l’Illuminismo. E che dire di Tommaso Campanella, il pensatore più torturato della storia della filosofia». L’artista toscano è affascinato dall’invenzione di nuove parole (il minimo, per un filologo) e ricorda che «fu Campanella a inventare la parola “alienazione”, che riecheggia in tutta la filosofia tedesca fino a Hegel e Marx». Questo viaggio nelle vette della cultura calabrese continua con Domenico Mauro, uno dei Mille, fondatore del periodico “Il Calabrese”, «che ha contribuito a riportare in auge Dante, dopo la sua emarginazione».
Dante, il grande amore di Roberto Benigni, permea tutta la sua lectio magistralis. Un’escalation di citazioni attualizzate («nella Divina commedia ci sono 500 personaggi che interagiscono, come in un Facebook ante litteram»), musicalità («ci sono pezzi in cui potete sentire Jimi Hendrix e altri che sembrano suonati con il violoncello») e riferimenti alla più incredibile rivoluzione dantesca, l’ingresso della donna in poesia. «Prima di Dante, le donne erano tenute in considerazione al pari degli animali. Invece Alighieri, con un coraggio pazzesco, affida a una donna, Francesca da Rimini, il primo monologo della sua opera, si fa spiegare tutto da Beatrice, mette una prostituta in Paradiso e dona un corpo alla Vergine Maria». Rivoluzionario, come il pensiero di certi meridionali. Gioacchino da Fiore, ad esempio, «uno che – come tanti calabresi – aveva idee tutte sue ma influenzò molto il pensiero teologico». E poi Tommaso d’Aquino, Benedetto Croce e di nuovo Telesio e Campanella e Giordano Bruno: «Perché il pensiero è al Sud. Tutto il pensiero sta qui e fare la secessione vorrebbe dire staccarsi la testa». Ultimo accenno politico prima della chiusura, riservata all’ultimo canto del Paradiso. Nell’aula ci sono circa mille persone: non vola una mosca.

Roberto Benigni laureato dall’Università della Calabria

17 gen. (Adnkronos) – L’universita’ della Calabria (UniCal), in occasione del proprio quarantennale, ha conferito questa mattina a Roberto Benigni la laurea honoris causa in Filologia moderna. La cerimonia si e’ svolta nel Teatro Auditorium UniCal di Piazza Vermicellin ad Arcavacata Di Rende (Cosenza). Nella ‘laudatio’ del professore Nuccio Ordine, il riconoscimento al comico toscano viene motivato, fra l’altro, con “l’importante impegno che Benigni ha profuso nell’avvicinare il grande pubblico alla ‘Commedia’ e ad altri classici” con le sue “lecturae Dantis” che “hanno suscitato entusiasmo nelle piazze, nei teatri, nelle aule universitarie, nelle trasmissioni televisive”, e con l’”impegno civile” con cui ha partecipato alle manifestazione per il 150° dell’Unita’ d’Italia.

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