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Benigni, il gran ritorno su RaiUno

“SILVIO RIPOSATI, BASTA FARE PARTITI”
di ALESSANDRA VITALI

ROMA – Si comincia con i Savoia ma c’è soprattutto Berlusconi nel suo cuore e chi ha già visto TuttoDante se lo ricorda. Con la serata-evento di RaiUno Il quinto del Paradiso, Roberto Benigni porta in tv lo spettacolo che ha già fatto oltre cento repliche e più di un milione di spettatori. E col quale, in tv, sfida se stesso: il 23 dicembre 2003, con L’ultimo del Paradiso, su RaiUno, toccò il record di 12 milioni 687 mila spettatori con il 45,48% di share. Scenografia essenziale in legno chiaro, non sarà questo l’unico Benigni. Il TuttoDante in 13 puntate per altrettanti Canti della Divina Commedia proseguirà mercoledì 5 dicembre alle 23, con duplice raddoppio il 25 e 26 dicembre e l’1 e 2 gennaio.

Il comico è in gran forma, lo spettacolo è in due parti. La prima, per commentare l’attualità e “maltrattare” i politici, ed è il Benigni mattatore folle e più mediaticamente atteso. La seconda, è per il fascino della Commedia, per “la bellezza”, come a lui piace dire, del Canto V dell’Inferno, del quale è prigioniero l’amore disperato di Paolo e Francesca. Prima, però, l’appello “per una famiglia piemontese bisognosa, si chiamano Savoia: mandate un sms, hanno nomi altisonanti ma sono indigenti, organizziamo un Telethon per risollevare il trono, si chiamerà Teletron”.

Trenta minuti di viaggio a perdifiato nell’Italia recente, la politica e gli scandali, poi il prediletto Cavaliere. “Un anno e mezzo fa è nato il governo Prodi, Berlusconi per recuperare andava in tv a dire ‘chi vota a sinistra è un coglione’, ‘i froci son tutti di sinistra…’”". Berlusconi ossessionato dal governo (“cade, cade, non ripete altro, sta impazzendo. Silvio, per la tua salute, ti devi riposare, prenditi una settimana in cui non fai un partito nuovo”), Berlusconi e la legge elettorale (“a Veltroni la proporrà ‘alla Vaticana’, si elegge uno e finché campa ci sta solo lui”) e Sandro Bondi, “non lo toccherei nemmeno con una canna da pesca, falso come il bilancio di un’azienda di Berlusconi”.

Parla del sesso “che governa il mondo”, di Buttiglione “che parla sempre di omosessuali ma secondo me non c’ha neanche il pisello”, i sondaggi “sulla durata del rapporto sessuale, la media dell’italiano è risultata di tre minuti, mi son detto ‘sarà compresa la doccia’”, e “l’allungamento del pene, alla fine ce l’attorciglieremo come un distributore di benzina”. Ricostruisce, con dovizia di turpiloquio, le intercettazioni di Vallettopoli, “e ho pure tolto le parti volgari”, scherza su Silvio Sircana, “pubblicare quelle foto è stato scandaloso, ci credo che si è sentito male, roba da andare in trance”, mentre “giustifica” Cosimo Mele beccato in un albergo romano con squillo e cocaina, “e ti credo, dopo quindici giiorni rinchiuso con Giovanardi, Cesa e Buttiglione…”.

A quasi un’ora dall’inizio, Benigni si avvicina al clima della lectura con una rassegna del genio e della bellezza del Paese del Rinascimento, della pittura, della musica e dei filosofi, di Dante che “si è occupato di questo strano sogno che è la vita”, della Commedia che “dopo averla letta non si guardano più le persone nello stesso modo perché ci insegna che ognuno di noi è protagonista di una storia irripetibile”. L’Italia, “unico Paese al mondo dov’è nata prima la cultura e poi il concetto di nazione, c’è da essere orgogliosi” come del fatto che “grandi pensatori sono nati nel Sud, è il Sud dell’Italia che deve dare un’identità al Paese”. La grandezza dell’Italia, dice, “sono i ragazzi di Locri” e “la manifestazione di sabato contro la violenza sulle donne, spaventosa, orribile, violenza dei vigliacchi”.

Bisogna avere “orrore dell’indifferenza, capire che dobbiamo scegliere, appartenere – dice – e Dante ce lo fa capire”. Per l’attore è tempo di andare nel secondo cerchio, incontrare Minosse, andare avanti perché vuolsi così colà dove si puote e ancora avanti, Semiramide e Didone e le altre anime, assistere al dolore di Paolo e Francesca e soffrire con loro, e poi cadere come corpo morto cade.

LA REPUBBLICA 30-11-07

BENIGNI, RITORNO PIROTECNICO IN TV

ROMA – Berlusconi che «c’ha avuto cinque mogli, di cui due sue» e che farebbe meglio a fondare «il partito del popolo dell’armadio», per quante volte ci si è nascosto dentro. Prodi che ha vinto le elezioni «con uno scarto di 25 mila voti, 25 mila coglioni, tutti omosessuali». E che «prima andava a mesa una volta a settimana ma ora ha fatto mettere una cappella a Palazzo Chigi per pregare per la buona salute dei senatori a vita». Tremaglia che «in An non lo salutano più da quando gli italiani all’estero hanno votato a sinistra».

E ancora battute a raffica su Clemente Mastella e poi l’outing su D’Alema: «Per me D’Alema è come Berlusconi per Emilio Fede». Se non fosse per quella sua tendenza a fare un passo indietro: «L’hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. L’avevo invitato qui, poi gli ho detto che avevo dato il suo posto a Veltroni e mi ha detto che per il bene della diretta faceva un passo indietro…».

Roberto Benigni non si smentisce ed apre con una performance pirotecnica il Quinto dell’Inferno, lo show che lo riporta da stasera su Raiuno e che fonde, nel solco del suo ultimo tour teatrale di grande successo, spunti di attualità con il suo grande amore per il conterraneo Dante Alighieri e per la sua Divina Commedia. In diretta dagli studi di Papigno (Terni), Benigni, con la consueta esuberanza verbale e fisica, si muove in una scenografia minimalista tutta in legno e, prima di approcciare la sua lettura di Dante (cui dedicherà anche i successivi 14 appuntamenti in seconda serata sempre sulla prima rete Rai) si diverte a ironizzare alla sua maniera sull’attualità politica con battute a ritmo serratissimo che non risparmiano nessuno, dal governo all’opposizione.

LA STAMPA 30-11-07

GALEOTTO FU ROBERTO BENIGNI

 Satira, poesia e Dante su Raiuno

di FRANCESCO PERSILI

ROMA – La voglia di Amore di Roberto Benigni. Il giullare di Vergaio torna su Raiuno con una serata-evento (senza pubblicità). A Sanremo nel 2002 aveva scherzato con Pippo Baudo e recitato i versi del Paradiso. Oggi satireggia i dannati contemporanei e recita il quinto canto dell’Inferno. Una notte che vola allegra e serena tra il tormento(ne) di oggi, Silvio Berlusconi e l’eterno ritorno della storia più bella che hai vissuto al liceo. La tua? No, quella tra Paolo e Francesca. Lo show del comico toscano s’inserisce nel solco tracciato dal suo ultimo tour teatrale Tutto Dante e mette insieme scherzi, battute (alcune, di nuovo conio, altre, riadattate dal mitologico Tuttobenigni), allusioni sessuali, satira e tanta Divina Commedia. In diretta dagli studi di Papigno (Terni), il piccolo diavolo folleggia magico ed esuberante in una scenografia minimalista in legno chiaro e, prima di regalare agli italiani il suo Dante (cui dedicherà anche i successivi 13 appuntamenti in seconda serata sempre sulla rete ammiraglia della Rai) si diverte a ironizzare sul teatrino della politica. Prodi e Berlusconi, Calderoli e Bondi, D’Alema e Storace, Mastella e Casini. Ce ne è per tutti. Dal governo all’opposizione, dal Granduca di Toscana ai Savoia, le battute del mattatore non risparmiano nessuno: «Mandate sms da 1 euro per una famiglia piemontese indigente, vissuta all’estero perché senza permesso di soggiorno. Si chiamano Savoia, hanno nomi altisonanti ma sono poveri: sono in 4 ma con 3 ville, hanno due yacht ma non possono comprare i due modelli nuovi usciti. Hanno chiesto 260 milioni per le spese, non vogliono di più. Dopo ”il Telethron” per casa Savoia, arriva il turno di Silvio Berlusconi: «Questione di democrazia: per cinque anni me la sono presa con il governo, ora tocca un po’ all’opposizione». Il Cavaliere che ”c’ha avuto cinque mogli, di cui due sue e che farebbe meglio a fondare il partito del popolo dell’armadio per quante volte ci si è nascosto dentro” manca a Benignaccio che si premura di farglielo sapere (”Silvio torna! Da quando non ci sei più tu, noi comici siamo tutti precari”). Mette in guardia Walter Veltroni (”Berlusconi chiederà la riforma elettorale alla vaticana. Finché campa ci sta lui), stuzzica il presidente del Consiglio Romano Prodi (”Prima andava a messa una volta a settimana ma ora ha fatto mettere una cappella a Palazzo Chigi per pregare per la buona salute dei senatori a vita”) e propone di inserire nel pantheon del Pd, Mirko Tremaglia (”Nella Cdl non lo salutano più da quando gli italiani all’estero hanno votato a sinistra”). Non possono mancare battute sul ”capro espiatorio” Clemente Mastella (”Mastella diceva sempre: o faccio il ministro o niente, ho faccio il ministro o niente. Bene, è riuscito a fare tutte e due le cose…”) e una simpatica puntura di spillo all’”amico” Massimo D’Alema: ”L’hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. L’avevo invitato qui, poi gli ho detto che avevo dato il suo posto a Veltroni e mi ha detto che per il bene della diretta faceva un passo indietro”. Del ministro degli Esteri Benigni ricorda i luoghi comuni che lo accompagnano: ”Ha la barca, ha i baffi, ed è intelligente” e li confronta con quelli del leghista Roberto Calderoli: ”Non ha la barca, non ha i baffi e non è intelligente”. Il ciclone Benigni s’abbatte su Francesco Storace: (”Un grande filologo, ha ripristinato il vero saluto romano: Mortacci tua, te ceco l’occhi”), travolge il berlusconiano Sandro Bondi (”Sembra un pretone”) e inciampa su Rocco Buttiglione (”Il sesso governa il mondo. Uno per parlarne dovrebbe possederlo. Buttiglione è un grande filosofo, ma ha l’aria di uno che non ha neanche il pisello. Per carità, può darsi ne abbia due. Rocco e i suoi piselli”). Ma il toscanaccio non risparmia gli scandali italiani di questi anni: Calciopoli, Bancopoli, Vallettopoli. Mette in evidenza il linguaggio che emerge dalle intercettazioni (”in grado di sconcertare anche Storace”), indice grottesco del degrado culturale del Belpaese, e ritorna a colpire Vittorio Emanuele di Savoia (”Voleva spendere poco per trombare? Ma che re è, tu chiedi un paio di ragazze e poi quello che c’è da pagare, paghi”). Dopo aver ricordato la sagacia contadina del filosofo Marione e certe estati alla casa del Popolo di Vergaio, Roberto Benigni chiede a ciascuno di vivere da protagonista la propria storia ”unica ed eccezionale” e sprona tutti a trovare il coraggio della ”scelta e dell’appartenenza”.

Si fa apostolo del bene, del bello e della nostra Italia (”unico Paese al mondo dov’è nata prima la cultura e poi il concetto di nazione”). E’orgoglioso dei grandi pensatori che abbiamo avuto (”Sono nati al Sud ed è il Sud che deve dare un’identità al Paese”), e sottolinea che la nostra grandezza sono ”i ragazzi di Locri” e ”la manifestazione di sabato contro la violenza sulle donne, spaventosa, orribile, violenza dei vigliacchi”. Benigni tocca tutte le corde dell’anima. Ci fa ridere e piangere. Invita ad avere orrore dell’indifferenza e chiama ad aggiungere idee, valori, sentimenti al mondo ”non ereditato dai nostri padri ma preso in prestito dai nostri figli”. Il resto è poesia, Dante, quel sentimento sofferto, sfrenato, disperato e potente che si chiama Amore. Se nel 2002 era stato Giuliano Ferrara a guastare la vigilia con la minaccia movimentista del lancio delle uova sul palco dell’Ariston, questa volta ci ha pensato Vittorio Sermonti a dar fuoco alle polveri della polemica. Lo scrittore, regista, grande divulgatore della Divina Commedia nelle chiese e nelle cattedrali, aveva staffilato: ”Troppo alto l’Alighieri per Benigni. Non si possono dire spiritosaggini o banalizzare le parole del Poeta. Ci vuole durezza e severità”. Una critica preventiva l’ha mossa anche Franco Zeffirelli che ha menato giù duro sull’accento pratese del attore-regista premio Oscar (”E’ una bestemmia. Per uno di Firenze come me sentir parlare con quell’accento fa accapponare la pelle. Benigni non ha il comando del toscano di Dante, il suo è quello dei montanari dell’Appennino. Dante non può averlo come suo cantore. È come far cantare Verdi a uno senza voce). Per il regista fiorentino in questo modo non si aiuta la diffusione e la comprensione dell’opera: ”È un lavoro da lasciar fare a Sermonti o ad Albertazzi che sono di un altro spessore culturale”. ”Ma Dante è di tutti” ribatte Benigni. Si può anche senza nostalgia abdicare da questa polemichetta tutta italiana fatta di sgambetti puerili, di sguardi in tralice e di parole livorose, come pure comprendiamo l’inutilità di cavalcare la vulgata tromboneggiante sulla cultura alta meravigliosamente spiegata dal poeta contadino al popolo. Saranno gli italiani a dire se il piccolo diavolo è riuscito a colorare la loro notte di sorrisi e speranza, sensualità e tenerezza. Già, perché la Divina Commedia – racconta Benigni- è il Libro del desiderio. E il V canto dell’Inferno è scintilla d’eterno. Nostalgia dell’infinito. Ventata di annientamento che ci precipita addosso quando ci si innamora e smantella tutta la nostra vita. Quella sensazione felice, pericolosa e rara che unisce due corpi, due anime e ci fa cadere come corpo morto cade. Ce lo dice il piccolo diavolo parlando dell’urgenza dei poeti che tirano fuori le nostre storie e danno i nomi ai sentimenti che ci bollono dentro. Amor che a nullo amato amar perdona. Amore che chiama Amore. Amore che è passione, sangue caldo, sofferenza e dolore che bisogna attraversare. Fragilità che bisogna coccolare (”Quel momento, ragazzi, non ve lo fate sfuggire mai”) e coraggio di lasciarsi andare. Benigni che move l’Amore e gli ascolti di Raiuno. Con parole antiche che hanno attraversato i secoli, la storia di Paolo e Francesca torna ad essere quel desiderio d’infinito che ti prende e ti (ri)porta via. Su quel banco del liceo. Nello sguardo più desiderante. Nell’abbraccio più bello. Nulla di solenne, né di severo. Solo l’Amor che al cor ratto s’apprende e la voce leggera e commossa di un divino giullare. Non è mai troppo tardi per tornare a sognare. Con Dante, e chi l’avrebbe mai detto? Galeotto fu Benigni, non il tuo professore.

INIZIATIVA 30-11-07

La prima lettera di Benigni agli italiani

Cari Italiani, con immensa allegria e col cuore che cinguetta come un fringuello appena nato, il 29 novembre in diretta su RaiUno, staremo un paio d’ore insieme a parlare del regalo più bello che ci è cascato addosso. Dobbiamo capire cos’è l’amore. Ne tracceremo la storia.

Dal primo libro della Genesi, all’ultimo libro di Bruno Vespa, dalla lettera di pace di San Paolo ai Corinzi: “per quante cose io assuma in mio conto se non ho l’amore io non sono nulla”. Alla lettera di scuse di Berlusconi a sua moglie: “ …E dai Verò, stai buona, so’ bagattelle…”. Dalla rottura della Pace tra Greci e Troiani secondo Omero: “Causa ne fu la Divina femminilità di una Donna”, alla recente rottura della pace tra AN e Forza Italia secondo Vittorio Feltri: “La causa è una sola, problemi di gnocca”. Vedremo gli enormi passi avanti fatti dall’Umanità su questo tema.

Sì, parleremo del sesso, il motore del mondo, percorrendolo nei suoi aspetti più estremi. Dalla libidine sfrenata alla totale repressione. Insomma da Casanova a Sandro Bondi. Parleremo di politica, da Voltaire: “ non sono d’accordo con quello che dici ma sono pronto a morire purchè tu lo dica” a Silvio Berlusconi: “chi vota a sinistra è un coglione”.

Parleremo della grandezza dell’Italia cercando di capire che cosa abbiamo fatto di bello per meritarci città come Milano, Firenze, Roma dove sono nati uomini come Manzoni, Michelangelo, Cesare e cosa abbiamo fatto per meritarci città come Arcore, Ceppaloni, Montenero di Bisaccia e… non mi ricordo dove è nato Buttiglione.

E poi lasceremo parlare Dante. Ci faremo dire da lui cos’è quella nostalgia dell’infinito, quella ventata di annientamento che ci precipita addosso quando ci si innamora e smantella tutta la nostra vita, quella sensazione felice, pericolosa e rara che unisce sensualità e tenerezza e ci rende immortali.

Ce lo faremo dire da lui con parole antiche e commoventi che hanno attraversato i secoli per posarsi sulle nostre labbra. Nulla di solenne, semplicemente la bellezza. A giovedì.

Roberto Benigni

Benigni torna su Rai Uno

 

Torna Benigni in Rai e con lui torna anche Dante. Il Canto V dell’Inferno, quello della passione tra Paolo e Francesca e dell’amor «ch’a nullo amato amar perdona», sarà al centro dell’atteso show evento di prime time che il 29 novembre riporterà appunto Roberto Benigni su Raiuno. Il V dell’Inferno sarà semplicemente il titolo della serata, in una sorta di immaginaria continuità con L’Ultimo del Paradiso con il quale, il 23 dicembre 2002, il premio Oscar recitò il canto finale della Commedia di Dante e tenne incollati allo schermo quasi 13 milioni di spettatori. A rivelarlo è lo stesso Benigni, negli spot in onda su Raiuno.

Maglione rosso fuoco e camicia bianca, seduto a una scrivania, il busto di Dante accanto, l’attore e regista annuncia al pubblico che reciterà «il canto dei lussuriosi, del sesso onesto e di quello libero» e perfino di coloro che lo fanno «con la suocera o con la cugina». Versi nei quali, scherza Benigni, spuntano «tutti i più grandi maialoni dell’antichità… Però i maialoni ci sono pure oggi». Ma al momento di fare i nomi, l’audio sparisce e Benigni si limita a citare «Silvio…», salvo poi pronunciare a fior di labbra «Berlusconi» e altri politici. Fa in tempo a chiamare in causa anche «Clemente Mastella». Un chiaro riferimento alla prima parte dello show che, come è successo nel tour teatrale TuttoDante ma anche nell’Ultimo del Paradiso, sarà basata sull’attualità: solo dopo un’ora di frizzi e lazzi, Benigni presumibilmente commenterà e poi leggerà i versi dell’amore tragico tra Paolo e Francesca, tra i più celebri della Commedia.

Lo show andrà in onda dagli studi di Papigno in una diretta fiume che non sarà interrotta dalla pubblicità. Da dicembre, partiranno le dodici seconde serate ancora ispirate alle letture di Dante. Il V dell’Inferno suggellerà l’ultima settimana della stagione di garanzia su Raiuno, che potrà contare anche sul ritorno di Adriano Celentano, lunedì 26 novembre con una serata tutta dedicata alla sua musica.

 La Stampa, 17/11/2007

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