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La Commedia del popolo

di Alberto Asor Rosa, Repubblica, 29 dicembre 2008

In genere si pensa che la storia della letteratura sia un seguito di grandi uomini e di grandi opere, che ci si deve accontentare di ammirare dal di sotto e da lontano, quasi pargoli indigenti di ogni sapienza. Di certo è anche questo (e anche l’ ammirazione da lontano va praticata): ma è anche una moltitudine di minuscoli dati intellettuali e materiali, la cui paziente osservazione porta sovente a scoperte magari semplicissime nella sostanza ma estremamente rivelatrici negli effetti. Questa considerazione mi viene in mente dalla rilettura di una famosa «epistola» di Francesco Petrarca niente di meno che a Giovanni Boccaccio in merito alla produzione letteraria volgare di Dante Alighieri (bella e straordinaria questa adunanza di «spiriti magni», riuniti intorno ad un tavolo ideale, come soggetti e oggetti della conversazione, per discutere della natura e dei compiti della poesia, anzi, della Poesia). In questo testo è in gioco l’ apprezzamento, – positivo o negativo, o meno positivo, o un tantino negativo, – di un’ opera come la Commedia, pietra fondativa, architrave, dell’ intero «sistema letterario» italiano. E per quanto l’ occasione possa apparire limitativa, – in fondo una lettera originariamente privata, sia pure tra due grandi personalità, una «famigliare» fra le tante (XXI, 15), – lì è contenuta l’ essenza di una scelta di fondo, che percorre da un capo all’ altro l’intera nostra storia letteraria (forse addirittura fino ai giorni nostri, di sicuro fino all’ altro ieri), la contrapposizione, cioè, per dirla in termini molto attuali, quasi da tifo calcistico, tra i filo-danteschi e i filo-petrarchisti, tra i seguaci di una nozione della poesia ispirata all’ opera e ai precetti teorici di Dante e i seguaci di una nozione della poesia ispirata all’ opera e ai precetti teorici di Petrarca. Naturalmente, date le premesse, si potrebbe ragionare all’ infinito sulle motivazioni, molteplici e ricche, di ognuna delle due linee. Per l’ occasione fermerò l’ attenzione su di un solo punto, che però, a guardar bene, potrebbe costituire il presupposto di tutti gli altri. Boccaccio, com’ è noto, è un filiale sostenitore (ovviamente a modo suo) della linea dantesca. Però, ammiratore al tempo stesso di quel suo fratello maggiore che era Petrarca, si sforzava in tutti i modi di persuaderlo delle buone ragioni della sua ammirazione per Dante (della cui Commedia aveva inviato anni prima una preziosa copia a Petrarca stesso). Petrarca, contegnoso e, secondo me, anche un poco ipocrita, gli risponde (siamo in anni tardi, intorno al 1360) che lui apprezza e ama Dante ma non può fare a meno di constatare come il suo innegabile ingegno si sia come sporcato e rovinato a causa… A causa di cosa? A causa del fatto che Dante, nelle modalità della sua poesia, nella scelta delle sue tematiche e (soprattutto) nell’ uso di una determinata lingua, ha pensato fosse giusto stabilire un rapporto, – un rapporto stretto e per lui molto fecondo, – fra il proprio ruolo di poeta e un pubblico vasto, nel quale avrebbe inevitabilmente assunto un ruolo, superiore a qualsiasi classica misura, l’ elemento popolare. Le parole di Petrarca sono di un’ inequivocabile durezza. Egli respinge con sdegno l’ insinuazione che potesse «invidiare» Dante per la fama da questi rapidamente acquisita. Come avrebbe potuto invidiarlo, – scrive il poeta classicheggiante e precocemente umanista, – se ad ammirare Dante, con «applauso e strepito sgraziato», si erano distinti in prima fila personaggi come «i tintori», «gli osti», «i lanaioli», ossia i rappresentanti tipici del popolino fiorentino, che fin dalla prima circolazione della Commedia ne avevano imparato i versi a memoria e li salmodiavano o cantavano (testimonianze coeve ce lo confermano) persino in bottega, nell’ esercizio delle loro attività artigianali? Non aver scansato in tutti i modi, – come Petrarca dichiara di aver voluto fare accuratamente per sé e per la propria opera, – questa vera e propria contaminazione fra la propria poesia e quel pubblico indegno aveva provocato come altra intollerabile conseguenza negativa che il suo stile, – lo stile di Dante, volentieri piegato dal suo autore a tale contaminazione, – risultasse «insozzato e coperto di sputo dalle balbettanti lingue di costoro». Comincia da qui, con la sorprendente chiarezza di cui solo un intelletto come quello di Francesco Petrarca poteva esser capace, il lungo percorso del padre Dante nella storia della letteratura italiana successiva. Mi rendo conto, naturalmente, di schematizzare oltre misura. E però non sarebbe difficile dimostrare che la fortuna di Dante, e in modo particolare della sua poesia (che per scelta sua fu, non dimentichiamolo, quasi tutta volgare), s’alza o s’abbassa, in taluni momenti fin quasi a scomparire, a seconda che i letterati italiani di questo o quel periodo si siano posti oppure no il problema di venire incontro alle aspettative, non solo dei membri della loro medesima corporazione, ma a quelle dei «tintori», degli «osti» e dei «lanaioli» dei loro tempi (con il che, com’ è ovvio, intendo riferirmi a quelle situazioni sociali, professionali e intellettuali, che di volta in volta sfuggissero ai modelli precedenti del «sistema»). A questo possibile diagramma storico della nostra letteratura, che vede la presenza maggiore o minore di Dante come il visibile segnale d’una condizione più aperta e rinnovatrice della ricerca, andrebbe accompagnata la parallela ricostruzione della fortuna di Dante direttamente presso le classi popolari italiane, fino ad un periodo a noi assai vicino. «Dire» Dante ha sempre significato a quel livello un’affermazione d’ identità, che in quelle parole, in quei versi e in quella lingua «si riconosceva» (né può risultare una diminuzione per la Commedia dantesca il fatto che le si affiancassero nella memoria popolare opere come il Guerrin Meschino o la Gerusalemme liberata). È quello che, con la geniale inventività che lo contraddistingue, ha fatto e continua a fare Roberto Benigni, parente stretto di quei popolani toscani che al Petrarca davano tanto fastidio. Mi preme rilevare che tutto ciò è tutt’ altro che casuale. L’ origine ne va cercata infatti nelle scelte stesse di Dante, anche quelle di maggior rilievo e sofisticazione intellettuale. E si può esser sicuri che Dante, se avesse potuto, non si sarebbe lamentato, come Petrarca, d’ esser detto o cantato dalle «lingue balbettanti» degli incolti.

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Repubblica ha aperto un canale multimediale dedicato all’uscita dei DVD di TuttoDante.

BENIGNI A TUTTO DANTE

di Stefano Giovanardi, Repubblica — 27 dicembre 2008

Non era poi così raro, fino agli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, trovare delle persone, in genere anziane e anche di cultura medio-bassa, che ti recitavano a memoria interi canti della Divina Commedia. Lo facevano magari per dimostrare la freschezza dei loro neuroni, o per sfoggio, o per istrionismo, o per chissà quant’ altro. Fatto sta, però, che quell’ostico Dante avevano imparato, e non qualche più semplice sonetto di Petrarca, o qualche ottava di Ariosto. Poi questi improvvisati cantori sono stati spazzati via dall’imperio televisivo abbattutosi sulle famiglie, che non solo li ha privati del loro pubblico naturale, ma ha anche ridotto loro stessi a pubblico, confidente e dimentico. Ma per la classica astuzia della storia quella medesima televisione, grazie ai picchi d’ascolto conseguiti dalle particolarissime “lezioni” di Roberto Benigni, ha ora rilanciato e anzi esaltato la popolarità della Commedia. Perché tanto interesse, ancora a sette secoli di distanza? C’ è una risposta facile: classico per antonomasia della letteratura italiana, fondamento ineludibile della lingua italiana, letto e commentato nelle scuole almeno a partire dall’ Unità d’ Italia, fonte e sostentamento, conscio o inconscio, di gran parte dei poeti (ma anche narratori) successivi, la Commedia è entrata in qualche modo nel Dna degli italiani, quasi come il linguaggio che si apprende a parlare dopo le prime lallazioni. Ma è, appunto, una risposta facile, perché tutti i motivi appena elencati avrebbero potuto portare a una sterile monumentalizzazione, a una fruizione obbligata e noiosa della quale liberarsi appena possibile. E invece no: i nostri nonni quel monumento lo mandavano a memoria, e il nostro comico nazionale, non a caso legatissimo alle radici popolari della sua Toscana, ne ha fatto un cavallo di battaglia. La risposta, quindi, deve essere un po’ più complessa. Allora, d’accordo: Dante è un genio inarrivabile, il fondatore di un sistema linguistico e letterario dal quale ancora oggi dipendiamo e da cui, probabilmente, dipenderemo sempre. Ma Dante è anche un genio che non ha paura di sporcarsi le mani. Parlando dell’ Aldilà, lui ci ha dato il poema totale della Vita, col suo sublime e il suo infimo, i suoi slanci meravigliosi e le sue volgarissime lordure. E quel poema lo ha incarnato in una lingua in fondo appena nata, alla quale lui stesso ha conferito tutti i tratti necessari perché divenisse l’ italiano, una lingua perfettamente fungibile per ogni esigenza espressiva (per intenderci: da «infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso», a «ed elli avea del cul fatto trombetta», a «Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi»), senza alcuna censura o gerarchia. Un poema, in altri termini, in cui l’altissima catarsi del mito si accompagna costantemente alla registrazione della vita quotidiana, con l’ effetto straordinario di riverberare l’una dimensione sull’ altra, umanizzando la nobiltà e nobilitando l’umanità. La Divina Commedia è insomma, fin nelle sue più intime fibre, uno “scandalo”. Ma era stato Gesù Cristo il primo a dire che occorre che gli scandali avvengano. E Dante Alighieri, milletrecento anni dopo, gli ha obbedito. Forse per questo qualsiasi lettore, a qualunque epoca o rango culturale appartenesse, ci ha sempre trovato qualcosa di suo, qualcosa comunque in grado di rispondere alle sue domande, massime o minime che fossero. E per questo l’ interesse non è mai morto: perché la Commedia ci rivela senza ambagi l’incomprimibile complessità della vita, e in fondo ci rassicura sui nostri piccoli, innocui “scandali” privati. Ma non sempre questa carica di vita così totale e lampante e impietosa è stata apprezzata dalla «cultura ufficiale». Dopo l’ entusiasmo dei contemporanei, protrattosi per tutto il XIV secolo e culminato nella lettura ufficiale di cui nel 1373 Giovanni Boccaccio fu incaricato dal Comune di Firenze, la lanx satura offerta dal poema cominciò a risultare indigesta per i classicisti quattro-cinquecenteschi, intenti a un culto dell’ antico che conduceva inevitabilmente a scavare un solco piuttosto profondo fra arte e vita. E se proprio si voleva guardare più vicino, c’ era lì pronto Francesco Petrarca, che quel culto aveva condiviso, e che con i suoi Rerum vulgarium fragmenta aveva fornito il modello perfetto di un inscalfibile sublime, inscalfibile soprattutto dalla vita vera. Tuttavia, malgrado il petrarchismo imperante, nel Cinquecento, dopo quello tardoquattrocentesco di Cristoforo Landino, si registrano ancora importanti commenti alla Commedia, da Alessandro Vellutello a Benedetto Varchi, da Ludovico Castelvetro a Vincenzo Maria Borghini. E invece in età barocca che la stella di Dante sembra definitivamente tramontare, misconosciuta dalle dominanti poetiche dell’ artificio, della finzione e della dissimulazione. Ma è un’eclissi che prepara il trionfo decretato dal romanticismo europeo, col riconoscimento di una supremazia internazionale che non verrà meno mai più. Tutto questo, comunque, conta poco: ha semmai a che fare con l’ istituzionalizzazione di un poeta, sancita dal moltiplicarsi delle cattedre di filologia dantesca e dal fiorire di società dantesche ad esempio in Germania, o in Inghilterra, o negli Stati Uniti. Ma il vero miracolo di Dante è la sua eterna capacità di farsi ascoltare da tutti, riproponendo tutto intero a chiunque gli si accosti il meraviglioso “scandalo” del suo poema. Non a caso diceva Eliot che la sua «è la più esauriente presentazione di sentimenti che sia mai stata fatta».

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