L’Inferno di Dante quell’ultimo Canto così infinito e attuale – Intervista a Roberto Benigni

(Donatello Bellomo – L’Arena.it) – Non è facile parlare con un tipo che ha dieci lauree honoris causa e tre Oscar sul caminetto. Anche perché non se la tira, sotto sotto è sempre il Mario Cioni nato a Manciano la Misericordia, nella terra tosca che con la creta della mattezza ha saputo fare miracoli, dalla Cupola di Santa Maria del Fiore al «dare» i natali a Dante. Glielo premettiamo, a Roberto Benigni, che domenica prossima, 6 settembre, all’Arena di Verona, quasi giocherà in casa con il suo «TuttoDante.Inferno XXXIII», visto che il Ghibellin Fuggiasco proprio in riva all’Adige ha scritto un bel po’ dell’Inferno e il Paradiso della sua «Commedia».

L’emozione del ritorno?
Fortissima. Sto preparando come non mai il 33° Canto dell’Inferno, un “canto” dell’anima per quel luogo più volte straordinario, visto che anche Cacciaguida vanta sangue scaligero.
Dovessi cercare un aggettivo, direi che l’attesa è “scintillante”. C’è qualcosa di diverso, sotto quel cielo. Sogno un appuntamento annuale, con Verona.

Partiamo dall’ultima parola del Canto: “stelle”.
Siamo nell’Inferno profondo, quello in cui si scontano ma senza remissione i peccati più gravi, dove Dante sonda la nostra natura più buia. Una volta, leggendolo, ho avuto la certezza che Dante mi guardasse dentro… sono stato tentato di telefonargli. No, è semplicemente immenso. Ogni volta mi svuota, mi spacca, mi sbalordisce coglierne l’attualità davanti a quest’odio tra fazioni senza rimozioni né componimento, questa ferocia verbale e non solo. Torno un attimo indietro: Verona. Leggendo “I due gentiluomini di Verona” e “Romeo e Giulietta” di Shakespeare mi sono ritrovato non in una selva oscura ma nella certezza di conoscerla, come se mille volte l’avessi girata a piedi, come se avessi ascoltato la gente parlare.

Non è difficile, signor Benigni. La più grande storia d’amore proprio quella tra Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi, è ambientata “dentro queste mura”. Un legame inscindibile che neppure le fazioni dell’epoca, neanche la morte, riescono a spezzare.
Certo. Invece, nel V Canto, Paolo e Francesca vivono per l’eternità la condanna del peccato, amanti in vita e in morte, avvinghiati l’una all’altro. L’ultimo Canto dell’Inferno è quello dell’incomunicabilità e dell’odio. Il conte Ugolino non sa parlare ai suoi figli; sa che l’odio che li ha condannati è ricaduto sopra di loro per causa sua. “La bocca sollevò dal fiero pasto…”. Cos’altro può eguagliare questo incipit? Nulla. Non è passato remoto, è l’oggi. E c’è ancora chi parla di Medioevo.No, tutto collima, con la puntualità di un cronometro. È il male che, a caduta, avvolge e uccide l’anima.

La musica, sul pentagramma, è anche la battuta “silenziosa”.
Infatti. Dopo l’ultima parola, ogni volta che ne ho proposto la lettura, scende un silenzio perfetto, tangibile, materiale, celestiale, divino. È il verbo del pensiero assoluto che innesca in me un fremito incontrollabile, forse anche pieno di spavento perché sono conscio sempre, di trovarmi, insieme al mio pubblico, al cospetto della bellezza. Dicevo del pensiero: non un pensiero debole, al contrario, un pensiero forte, difficile, quello dell’incanto e del mistero, dell’incognita totale. La parola non trova parole che la descrivano se non questa, “indicibile”, perché non la si può dire.

Cosa avrebbero detto Luigi e Isolina, i suoi genitori, se qualcuno avesse descritto loro il figlio più piccolo, Roberto, che declama Dante?
Di loro, che non ci sono più, trattengo i ricordi, grandi, senza tempo o quotidiani e piccoli. Anche Dante, certo, endecasillabi che uscivano così, dalle loro labbra, come se fosse naturale inserire il sommo poeta nella vita semplice di quei due grandi cuori.

Isolina, sua madre. Pare che non abbia creduto che suo figlio Roberto abbia assistito con Papa Giovanni Paolo II alla proiezione de «La vita è bella».
No che non ci ha creduto. Almeno il Papa…

Pare che dopo questo spettacolo Lei voglia “chiudere” per un po’ con il Sommo Poeta.
Vero. Mi ha accompagnato in giro per il mondo, nella sua universalità. Anche nei Paesi Arabi il miracolo della sua potenza si ricrea. Ma non è facile ed è molto faticoso. Vorrei tornare al cinema, ad una “commedia”, anch’io, in cui trasfondere la gioia che Dante mi ha donato. Non un film sull’Alighieri, non ci penso proprio. Ho il desiderio di rimettermi dietro la macchina da presa ma nessuna idea sul soggetto. Prima o poi mi verrà, basta aspettare.

Dieci anni fa il trionfo all’Academy con «La vita è bella». Tre Oscar: miglior film straniero, miglior attore protagonista, migliore colonna sonora. Ci vuole coraggio a fare un film sull’Olocausto…
L’Olocausto è stato l’industria del male, il capolavoro di Satana. Ho pensato ai bambini, a come potessero capire cos’è successo pochi decenni fa in Europa senza uscirne sconvolti. Mille volte mi è stato chiesto di girare un sequel de «La vita à bella” ma ho sempre rifiutato. È un capitolo chiuso.

Cosa ha pensato quando l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella la propose come senatore a vita?
Mastella, quello che ha fatto cadere il governo Prodi? Ma dove l’hanno spedito? E chi se lo ricorda? Beh, che l’idea fosse venuta proprio a Mastella è strano. Ma questo è un paese strano.

Insomma, non se lo prenderebbe in braccio, Mastella, come invece aveva fatto con l’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer.
Primo: Mastella è grande e grosso e non ce la farei mai. Secondo, Berlinguer era magro magro e simpatico, nonostante fosse un leader estremamente serio.E’ stato un gesto istintivo, quella foto ha fatto il giro del mondo.

E ora chi prenderebbe in braccio dei leader del PD?
Neanche Fassino è magro abbastanza. Magari a Verona prenderò in braccio il sindaco Tosi.

Visto che la proposta della nomina a senatore a vita non l’ha sorpresa più di tanto, quando ha saputo che l’asteroide 21662 ora si chiama «21662 Benigni»?
Una cosa spettacolare. Gira e non la vede nessuno ma c’è…

Filed Under: IntervisteRoberto BenigniTuttoDante

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