«Giuseppe Bertolucci ti vogliamo bene»

Ricordando il Maestro Giuseppe Bertolucci scomparso ieri, pubblichiamo una poesia di Roberto Benigni a lui dedicata:

O tempo tu che ogni esistenza sbucci
e menerai al torsolo la mia
non canto te, né la Democrazia
canto l’omo Giuseppe Bertolucci

Di schianto me lo son trovato intorno
negli anni in cui la vita è scintillio
da dove viene ve lo dico io:
“Dalle Maremme con cavalli giorno”

Benedetto è Giuseppe e mai non muoia
chi l’ha toccato e chi l’ha conosciuto
chi s’è inzuppato tramite il suo imbuto
dentro alla damigiana della gioia.

Guardatelo, egli è un giorno nuvoloso
un Crociato che inciampa sulla lancia
pare una gita d’Ungheresi in Francia
Sale e Tabacchi il giorno del riposo.

Più candido e più bianco della neve
guardate le sue gambe, la sua ciccia
fa proprio effetto sia così massiccia
la sua figura e al tempo stesso lieve.

E’ nella sua tantezza un succulento
una generazione di beati
un treno pieno zeppo di soldati
Giuseppe non è un omo è un firmamento.

Giuseppe è lo sbadiglio di Pilato
è Endimione, Walt Disney, il fou-rire
e nel lungo viale del patire
è l’unico lampione fulminato.

Chi vuol bene a Giuseppe l’avrà vinta
con lui non s’ama un omo, s’ama un gruppo
di sentimenti accesi di cui è zuppo
come la pancia di una donna incinta.

Che gli venisse un colpo a chi s’azzardi
a avere un dubbio sulla sua persona
diventasse straniero in ogni zona
e l’allegria facesse sempre tardi.

Che ogni notte trovasse il letto zozzo
scoprisse le sue figlie ‘un son cresciute
l’abbandonasse a scatti la salute
come fosse uno sciopero a singhiozzo.

Di formaggi e di vini siano zeppe
le case altrui, e al nostro solo avanzi
per il motivo, ve lo detto dianzi,
ch’egli ebbe a dubitare di Giuseppe.

Quel Giuseppe ch’è simile a un castagno
col vento che gli soffia sempre accanto
e chi non l’ama lo sciogliesse il pianto
come perenne, stabile compagno.

Roberto Benigni


Di seguito due testi scritti da Giuseppe Bertolucci negli anni ’90 (tratti da “Le mie immagini, la mia vita”, ‘Giuseppe Bertolucci’, Massimo Giraldi, Il Castoro Cinema) dai quali si evince l’affinità emotiva, intellettuale ed artistica che legava Roberto Benigni e Giuseppe Bertolucci.

BERLINGUER TI VOGLIO BENE (1977). Dopo i primi balbettamenti cinematografici e televisivi che mi sono comunque molto serviti (assieme al lavoro con Bernardo) per avvicinarmi in punta di piedi, credendoci e non credendoci, all’arte o al mestiere di regista, a metà degli anni Settanta, trascinato da un gruppo di amici (Lucia Poli, Donato Sannini, Bruno Mazzali e Antonio Olivo) ho partecipato all’apertura di uno spazio, il Salone Alberico, che ha avuto, per un periodo breve ma intenso, una funzione importante in quella che allora veniva chiamata “l’avanguardia teatrale romana”. E’ lì che ho incontrato uno straordinario elfo delle cantine e dei dopocena: Roberto Benigni. Ci siamo piaciuti subito e si è stabilita tra noi una “convivenza creativa” molto felice e molto ricca. Con Roberto mi sono sentito per la prima volta un “fratello maggiore”, anche se il rapporto tra noi è sempre stato di assoluta parità: nel senso che, mentre io aiutavo Roberto a scoprire la miniera del suo talento, contemporaneamente la presenza di Roberto, l’avere tra le mani quel meraviglioso grimaldello comico e poetico, mi ha consentito di uscire dall’incertezza e di confermare la mia vocazione alla regia. Questo è quanto ci dobbiamo reciprocamente: la definizione delle nostre rispettive identità, la certezza di “esserci” creativamente e artisticamente. Non è poco. Poi, dopo le prime appassionanti esperienze (il monologo teatrale Cioni Mario Di Gaspare Fu Giulia e il suo prolungamento cinematografico Berlinguer ti voglio bene) le nostre strade hanno preso due direzioni esattamente opposte: Roberto ha marciato deciso a grandi passi verso la comunicazione, la popolarità, fino all’immenso successo di questi ultimi anni, mentre il mio percorso centrifugo – credo altrettanto legittimo – mi ha portato sempre più frequentemente sui sentieri appartati e desueti della sperimentazione e della marginalità. E’ curioso come una iniziale, comune “affinità elettiva” possa poi divaricarsi in opzioni così diverse, dando luogo a opere e destini così distanti, senza peraltro che la nostra amicizia abbia avuto a patirne. Comunque, a proposito di Berlinguer ti voglio bene, senza voler dare la stura a una piena di ricordi che un intero volume non basterebbe a contenere, voglio ricordare che quel primo piccolo film aspro, romantico ed eccessivo (così “mio”) può essere giustamente considerato (assieme al contiguo Ecce Bombo di Nanni Moretti) l’atto di nascita di una generazione di nuovi comici e di un genere che è stato – per tutti gli anni Ottanta e oltre – l’asse portante della nostra disastrata industria cinematografica. E’ paradossale che nel Dna del grande cinema commerciale italiano ci sia l’impronta di un marginale come me. Ma è la dimostrazione che gli spazi della trasgressione, della sperimentazione, della contaminazione sono spesso, al cinema ma non solo, l’anticamera dei grandi fenomeni popolari; e che dunque la salvaguardia di quegli spazi (sempre più difficile nell’era della standardizzazione televisiva) non è solo una questione di difesa del pluralismo creativo, ma dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni di una industria cinematografica. Se esistesse.

TUTTOBENIGNI (1983, uscito nel 1986). Le “serate” – come le chiamava lui – di Roberto Benigni nell’estate del 1983 furono eventi memorabili, per energia, felicità creativa, perfetta simbiosi con un pubblico sterminato in arene, teatri-tenda, piazze e ippodromi. Filmando Roberto avevo la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di irripetibile – come è sempre la grande performance teatrale – e di unico. Anche, in qualche modo, di osceno. Stavo infatti filmando una specie di rapporto sessuale tra quel piccolo corpo e sette, ottomila corpi. La comicità, quando si compie, è un atto assoluto, come l’amore. Forse erano così i riti dionisiaci o i sabba delle streghe: pratiche collettive dove celebranti e fedeli a tratti dimenticano se stessi, si annullano in una sorta di miracolosa sospensione del senso. Il percorso dell’effetto comico è del tutto elementare, i riferimenti spesso riguardano l’attualità, i contenuti sono quasi sempre modesti se non triviali, ma il punto di arrivo di quel percorso è una meravigliosa bolla di sapone della quale rimaniamo per un istante prigionieri, con una impareggiabile sensazione di immortalità che ci coglie del tutto impreparati. Sì, l’aldilà deve assomigliare molto a una interminabile, irresistibile crisi di fou-rire.

Filed Under: Roberto Benigni

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