Benigni show in Prato della Valle

(Il Mattino di Padova, 24 giugno 2008)

Oltre cinquantamila persone davanti a un uomo solo, vestito di nero con una camicia bianca, un fazzoletto in mano per asciugarsi di tanto in tanto il sudore. Quaranta minuti a ruota libera su Padova, Zanonato e soprattutto tantissimo Berlusconi, tanto per non cambiare; quindi, il canto trentatreesimo del Paradiso di Dante fino alla fine.
Si fa vedere alle 21.18 Roberto Benigni, saltella come il suo Pinocchio, balla e saluta, prova a parlare al microfono ma non funziona, pochi secondi e il microfono va, mentre il pubblico applaude ancora: «Pensavo fosse una standing ovation, ma qui non ci sono neanche le sedie! Sindaco Zanonato, le sedie!», urla. E poi ci dà dentro con il dialetto veneto: «Ciao veci, come steo? Ghe voria na bea piova! Ciao Guizza, Cadoneghe, Abano! L’anno scorso son venuto a Padova e ho parlato male dell’opposizione, ora per par condicio parlerò male del governo».

E infatti da Berlusconi a Bondi a Calderoli a La Russa è tutta una battuta (non sempre felici). Eccone qualcuna: «Silvio Berlusconi appena fa una legge capiamo subito che problemi ha. Per fortuna è tornato: mi ero inventato Dante perchè non avevo più battute»; «Abbiamo perso agli Europei con la Spagna. Loro avevano in tribuna il re Juan Carlos, noi Ignazio La Russa: si può vincere guardando quello?»; «Veltroni ha detto: ha vinto la Spagna? Sono contento, è una mia amica, canta bene»; «Bondi ha detto: non guarderò più Zorro»; «Quando guardo la partita, piuttosto che gridare Forza Italia grido Avanti Penisola».

Racconta dell’accoglienza ricevuta a Padova: «E magnate sta poenta e osei, mi fanno, e bevite sto spriss, e trovate na bea gnoca e va in leto!». Si sbaglia accennando al fatto che il Santo è alle sue spalle, e invece alle sue spalle c’è Santa Giustina. Poi apre un gustoso siparietto sul Sessantotto, il Sessantotto alla Casa del Popolo del suo paese toscano dove c’erano le Simca e le Prinz («vederle vicine era come incontrare oggi Calderoli e Bondi insieme), e dove c’era l’abitudine a bere il Vov (liquore all’uovo) per far capire che si era appena fatto del sesso.

Prima di passare a Dante, immagina una statua in Prato anche per Zanonato in bici e spara a zero su Albertino Mussato, letterato padovano «che ha scritto una tragedia che è una brutta scemenza e pensate che fecero a Padova una festa per incoronarlo sommo poeta e Dante niente. Dante che a Padova ha scritto il Paradiso!». Cita Galileo («un uomo che ha inventato la scienza: era a Padova») e saluta l’università (i tanti universitari gli rispondono con enfasi); cita Giotto che faceva i disegni belli e aveva i figli brutti («perché i disegni li faceva di giorno, i figli di notte»). Infine la lettura del Paradiso: il canto trentatreesimo che non aveva mai recitato prima.

Filed Under: Dante, Divina CommediaRoberto BenigniTuttoDante

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