
di Paolo Di Stefano
Il Corriere della Sera, 19 gennaio 2003
Benigni, come si può lavorare a una vita in cui ci sono pochissimi dati certi, come dimostra per esempio la ricostruzione di Giorgio Petrocchi?
Lo so, Petrocchi si muove come un notaio bolognese, solo con ciò che è documentato. La sua biografia è una specie di caccia al tesoro, perché ci sono poche certezze nella vita di Dante, poche volte si incontra il suo nome e non si sa neanche se è lui. Ma questo è il bello, perché la si può ricostruire con fantasia. Se si riesce a unire tutto, le cose notarili con le cose autobiografiche della Vita nuova e con tutti gli aneddoti, potrebbe venire un film straordinario, anche perché quel poco che si sa è spettacolare. Poi, c’è il Medioevo, un’epoca in cui Firenze era la New York del momento… E’ un racconto cinematografico bellissimo da regalare agli italiani. Però bisogna divertircisi un po’.
Per esempio?
Bisogna metterci tutti gli aneddoti del Dante popolare. Quand’ero ragazzo in casa mia mi raccontavano delle cose straordinarie di Dante, storie incredibili. La mia mamma, che era analfabeta, raccontava che era tornato a Firenze e aveva incontrato sua moglie, che non l’aveva riconosciuto… Agnizioni, tutte agnizioni. Ci si potrebbe divertire proprio tanto, davvero: Campaldino, il tentativo a Gargonza di rientrare con gli aretini, sono cose da morir dal ridere. E il rapporto con Guido. E ser Brunetto, e Beatrice. Da ridere e da piangere, quando è innamorato… o mamma mia, altro che Shakespeare. Per intensità, altezza e profondità Dante non lo piglia nessuno.
Quali sono gli elementi che la attraggono di più nel personaggio Dante?
Attuale è un brutto aggettivo, perché son quei personaggi che stanno continuamente davanti a noi, ci guardano sempre di fronte, mai da dietro. Dunque, che vuoi attualizzare, è talmente potente… Siamo noi che dovremmo attualizzarci per vederlo bene. Sono quegli oceani in cui tuffarsi ogni volta per trovare nuovi tesori. Prima di tutto mi piace l’amore che aveva per le donne, che gli piacevano proprio come ci piacciono a noi. E poi c’è l’impegno politico, che è spettacolare. Una volta si diceva: Dante reazionario, ma sono sciocchezze. Bisogna inserirsi veramente nell’epoca per capire davvero. Già il concetto per cui bisogna dividere tra potere del Papa e potere dell’imperatore, già quello era modernissimo. E poi, l’impegno del priore, dell’ambasciatore. La sua è una vita da burattino.
Fisicamente come lo vede, esattamente come lo vediamo nell’iconografia vulgata?
Mah, Dante l’hanno incontrato in tanti, certo. Per esempio, Giotto l’ha visto da vicino e l’ha conosciuto proprio bene. Però io me lo immagino come una personcina piccolina, magro magro, una personcina proprio da volergli bene, con un’aria… e con quegli occhietti. Mamma mia, che si darebbe per vedere, che so, una mollica di pane che gli è rimasta sul mento. E poi, tutta la sua storia con Guido, e la storia con le donne, con la sua famiglia, il padre mezzo usuraio”.
E allora come ci si avvicina alla Commedia?
Va vissuta. E’ un’opera per la quale va bene tutto, va bene persino come l’ho fatta io in televisione, pensa un po’. La sua bellezza è che la si può strappare, sputarci sopra, prenderla a schiaffi e a calci, va bene tutto. Alla fine dici: guarda che bella storia m’ha raccontato… Leggere un libro è un dialogo con l’autore, sei lì come se stessi parlando con Dante, te lo senti vicino… Perché c’è l’aura del grande poeta, il più grande di tutti, ma c’è anche il racconto di una personcina come te, lo vedi fisicamente, lo senti. Io ne resto avvinghiato ogni volta. Vedo le debolezze di una personcina qualunque.
Quali debolezze?
La tenzone con Forese è bellissima, divertente, era un Dante burattinesco più giovane. Nel XXX dell’Inferno, succede a un certo punto che un personaggio dell’antica Troia si mette a battibeccare con un falsario fiorentino, Maestro Adamo. E’ spettacolare. Come se Cleopatra litigasse adesso con Letizia Moratti… Ecco, lì Dante si incanta a vedere l’alterco tra i due, che si offendono. In loro rivede il se stesso burattino, è come Pinocchio quando vede se stesso cadavere, vede le sue radici, di cui un po’ si vergogna, e cioè i sonetti della tenzone con Forese. Che era la felicità, la gioia, l’urlo vitale, burattinesco. A quel punto Virgilio si arrabbia, lo porta via, perché dice che si dovrebbe vergognare di quel suo passato, perché era “bassa voglia”. Ma Dante c’ha una nostalgia! Lo vedi andar via a testa bassa ed è come se desse un ultimo sguardo e dicesse tra sé: però, però, eran bei tempi, quelli. E’ da quelle cose basse che è venuta fuori la Commedia.
Ma lei si ricorda i contadini toscani che sapevano a memoria Dante?
Sì, qualcuno sapeva dei canti tutti un po’ stropicciati. Ma il mio babbo era affascinato dagli improvvisatori in versi, che un tempo erano aretini. Quand’ero piccolino mi fece salire per vedere se era vero, perché a lui sembrava impossibile che potessero improvvisare un’ottava, che è anche più difficile della terzina, perché l’eco del verso nell’ottava rimbomba. E’ un ritmo infernale, tremendo, infatti Tasso ne è diventato pazzo. Lo dice anche Borges che un poeta per cominciare dovrebbe fare l’ottava.
Dunque, ha cominciato con gli improvvisatori?
Loro si scaldavano con l’ottava. C’era uno di Carmignano che sapeva a memoria l’Aminta del Tasso, che roba… un poema pastorale a memoria. A me mi facevano scaldare specialmente con il secondo canto dell’Ariosto, perché erano tutti versi con accenti di seconda e settima e per prendere il canto erano spettacolari. Poi finiva che anche per chiedere il sale a tavola lo dicevi in versi, perché non c’era modo di fermarsi, era una cosa infernale, ti addormentavi e ti svegliavi con l’ottava nell’orecchio, tremendo. Quante ne ho cantate. Ero giovane e potevo permettermi anche qualche neologismo, qualche parolaccia e qualche rima equivoca.
E a scuola niente Divina commedia?
Io veramente ho fatto la scuola per segretari d’azienda, dopo essere stato qualche mese dai preti a Campo di Marte. L’alluvione mi salvò. Studiavo con tutte donne, bellissime tra l’altro, si faceva steno-dattilografia e calcolo meccanico. E poi c’era una specie di cultura generale, ma era poca cosa. Siccome non avevo nessun suggerimento, sono andato sulle cose sicure, quelle che si sa tutti che sono belle belle e mi sono letto il Vecchio e il Nuovo Testamento, la Divina Commedia, l’Orlando furioso, Rabelais, il don Chisciotte.
Ma la Divina commedia come va letta?
Non so. Leggere la Commedia per me è stato uno slancio d’amore, di passione. Ma si può fare in tutte le maniere. La Divina commedia è tutta un po’ stortignaccola, Dante non è Petrarca che non sbagliava mai e diceva: lascio Dante agli osti. Dante era segnato da qualcosa, non per fare mitologia, ma ci credo veramente che lui sia andato di là. Io mi ci diverto davvero, ci si può perdere. La Divina commedia è proprio scritta con le note, è una partitura musicale. I primi versi del VI dell’Inferno sono spettacolari, hanno dentro, proprio nella musica, ancora il pianto di Paolo del canto precedente, la commozione di Dante non è ancora passata, è come se si stesse ancora asciugando le lacrime. Allora io ho provato a leggere l’inizio del sesto piangendo. E tu non puoi sapere come ci sta bene, tiri anche un po’ su col naso, poco ma ci sta. Si rimane annichiliti.
Qual è il difetto peggiore nel leggere Dante?
E’ quello di voler scandire tutto per far capire bene. Allora rischi di perdere il ritmo e l’endecasillabo. Devi sporcarlo un po’, bisogna imbrattarsi, perdersi e lasciare che il fiume scorra senza impedimenti, a volte seguendo le rapide che Dante stesso ha scritto. Dante non vuole esser letto perfettamente. Anzi, in ogni endecasillabo lui dà una chiave di lettura, dice come bisogna leggere. Figurati se non ci aveva pensato!.
Si è accorto che nella Commedia ricorre più volte l’aggettivo “benigno”?
Come no. Specialmente da giovane sobbalzavo, mi piaceva che Dante mi nominasse: “O animal grazïoso e benigno”.